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Che cos’è la spirale? Non è solamente una forma geometrica usata in diversi campi scientifici e digitali come modello da seguire, ma anche un simbolo mitologico di grande impatto e dal significato profondo: in diversi popoli, il suo infinito fluire raffigura il moto eterno dell’Universo, ma anche un ciclo di vita e rinascita, sviluppo ed espansione, evocando il tempo con il suo cambiamento continuo. La sua origine si perde nella notte dei tempi e la sua impronta nel mondo della cultura continua ad essere davvero forte.

Spirál, lungometraggio d’esordio sul grande schermo di Cecília Felméri, presentato in occasione del Bergamo Film Meeting (evento tutto in digitale partito il 24 aprile che si chiuderà il 2 maggio), si fa forza di questa fascinazione culturale, portando cinematograficamente, tra alti e bassi, un racconto intenso dove il mondo naturale rileva le sue forti connessioni con l’umanità. Con il nostro accredito per il Festival, abbiamo visto l’opera in anteprima e ne discutiamo con voi.

Spirál: un dramma che incontra il soprannaturale

Spirál 1

Alla base di Spirál, c’è una travagliata storia d’amore: il rapporto tra Bence e Janka, già di per sé fragile, si va a deteriorare a causa dell’ossessione per l’uomo per la casa dove vivono, immersa nella natura profonda nei pressi di un lago, che misteriosamente è stata teatro, anni prima, della scomparsa di suo padre. La loro relazione, per quanto non è priva di sentimento, va incontro ad una svolta drammatica che cambia completamente la vita di Bence chiudendo uno spiraglio e aprendone un altro.

Il racconto tragico viene quasi subito affiancato da una linea sovrannaturale che, in maniera sottile, si presenta a più riprese all’interno della trama. Capiamo quindi che lo scopo della regista non è solo quello di narrare, in modo verosimile, le turbolenze e gli attriti di una convivenza sentimentale, ma legare anche a doppio filo il dramma umano con l’imperscrutabilità e il mistero del mondo naturalistico.

Il lago, in tal senso, custode della spirale del titolo, è un gorgo maledetto che, giorno dopo giorno, inghiotte, metaforicamente e non, la vita dei suoi abitanti: non è chiaro, all’interno del lungometraggio, quale sia stata l’azione scatenante di questa maledizione, ma è evidente che gli avvenimenti sul piano reale derivano dal piano naturalistico-sovrannaturale e hanno conseguenze in esso.

Uno sviluppo che, se nasconde un originalità davvero spiccata, non trova purtroppo una risoluzione filmica adeguata al messaggio iniziale. Nel corso del titolo, infatti, spesso non è chiaro come si esprime la connessione tra natura e realtà e, anche se probabilmente tale confusione è voluta, non aiuta allo spettatore a trovare una bussola per muoversi all’interno della trama. In questo la sceneggiatura, per quanto sia lineare nei suo fatti principali, ha una complessità intrinseca che la rende in alcuni casi di difficile fruizione.

Spirál: uno sviluppo senza ritorno, con una meta ben precisa

Spirál 2

Capiamoci bene: quello che accade, almeno sul piano drammatico, è perfettamente chiaro e anche il finale stesso di Spirál, un salto nel buio necessario che chiude i ponti con il passato, è decisamente comprensibile. Ciò che invece si perde sono gli elementi ultraterreni a margine della storia: la loro presenza sottile, quasi sussurrata, se da un lato è affascinante, contribuisce a creare più dubbi che domande sull’argomento.

La sceneggiatura è quindi lacunosa in alcuni aspetti, nonostante abbia un potenziale interessante. La regia, invece, ha ben chiaro dove andare a parare e nel raggiungere il suo obiettivo, ovvero rappresentare il mondo naturale in tutte le sue sfumature, anche orrorifiche, riesce a delineare un percorso ben definito, che si chiude nel modo più istintivo ma anche coerente rispetto alla proposta fornita nel corso di Spirál.

Osserviamo quindi la macchina da presa che indugia a più riprese sul lago, sulla vegetazione circostante, sui pesci e su altri animali e ad ogni stagione che passa, il ciclo riparte, come appunto una spirale senza fine, un loop in cui il protagonista è prigioniero, immerso in una soffocante dipendenza maligna della biosfera che lo circonda. E la via d’uscita è solo una: scappare o morire nella solitudine.

L’oppressione del protagonista riesce perfettamente a viverla anche lo spettatore stesso, bombardato in alcuni casi dalle stesse medesime sequenze che si ripetono in un moto folle, quasi allucinatorio, andando però a ledere parte del ritmo del racconto. Anche in questo caso la scelta è chiaramente voluta, ma in certi frangenti tale strategia è perseguita in maniera fin troppo intensa e ammorbante, rallentando anche la linearità della trama di Spirál.

Il cast, seppur passivo rispetto alla natura in tutta la sua magnificenza (e pericolosità) si destreggia efficacemente, con interpretazioni ben ponderate che riescono ad esprimere degnamente il loro infinito disagio e la loro traboccante solitudine. Bogdan Dumitrache e Diána Magdolna Kiss, interpreti rispettivamente di Bence e Janka (non a caso due biologi), sono complementari alla storia e con la loro staticità esprimono al meglio il loro ruolo nella partita.

Spirál è una pellicola tematicamente valida che parte da un concept originale, ma che si perde nella messa in scena narrativa, dove la commistione tra dramma e thriller/horror non riesce ad amalgamarsi appieno, risultando confusionaria agli occhi del pubblico. Se dal punto di vista di scrittura non si comprende il reale obiettivo della cineasta, sul fronte registico la macchina da presa si sofferma sulla malignità della natura e sul rapporto malato e ossessivo del protagonista con essa. Un lungometraggio che funziona purtroppo solo a metà, ma che comunque regala un’interessante prospettiva cinematografica.