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L’udito è, fra i cinque, il senso che consente di percepire le variazioni dell’ambiente esterno. La parte interna dell’orecchio è anche il canale che controlla il senso dell’equilibrio, il movimento della postura, l’inserimento del nostro corpo all’interno di uno spazio. Perdere l’udito, dunque, comporta un capovolgimento all’interno della sensorialità; un ribaltamento in dentro che, d’ora in avanti, dovrà dirigere il corpo verso il mondo sensibile. In Sound of Metal, il nuovo film del regista Darius Mater scritto a quattro mani con Derek Cianfrance e disponibile su Amazon Prime, il protagonista interpretato da Riz Ahmed, perdendo all’improvviso l’udito smarrisce le coordinate che fino a quell’istante hanno posizionato la (sua) realtà, per trasportarlo in una dimensione devota al silenzio e dunque introiettata verso l’interno. E lo fa con un film ipersensibile ma concretamente toccante. Perché il silenzio impone sempre una direzione interiore.

Lo script nella sua voluta essenzialità restituisce la parabola emotiva di una condizione immanente.

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Quella di Sound of Metal è una sceneggiatura volutamente essenziale ed asciugata il più possibile di fatti, momenti, vicende. L’unica cosa che accade è che le orecchie di Ruben un giorno iniziano a sentire solo il 28% dei suoni e che, non importa quale sia la causa (che sia una malattia autoimmune, o una conseguenza all’esposizione continuata di sonorità troppo alte) il paziente Ruben ha un’ipoacusia, o più comunemente una sordità quasi totale. Uscito dalla droga da quattro anni e batterista di un duo metal nel bel mezzo di un tour, Ruben grazie alla fidanzata Lou (Olivia Cooke) entra in una comunità per ipoudenti che soffrono o hanno sofferto in passato di dipendenze, un luogo che gli consentirà di acquisire gli strumenti necessari ad adattarsi a questa sua nuova condizione immanente.

Sound of Metal non è una storia di sogni svaniti. Ma una storia sull’attraversamento del dolore per raggiungere l’accettazione.

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All’incredulità segue la collera, e alla collera segue lo sconforto. Marder evita accuratamente facili pietismi riposizionando l’attenzione dello spettatore nel far percepire la frattura esistenziale non di un sogno infranto, ma piuttosto di una messa in discussione di un mondo certo e di rimando, attraversare l’incertezza necessaria a raggiungere l’accettazione. Sound of Metal infatti non è un film su un giovane e promettente batterista che perdendo il senso più necessario alla sua professione, deve reinventarsi, soccombere, ammettere il fallimento; bensì un film che mantenendo i piedi ben saldi, cammina sul terreno del disorientamento necessario alla rinascita, sul non ostacolare il flusso di un dolore incomprensibile ma quantomeno brutalmente vero e immutabile.

Il punto d’ascolto interno e la colonna sonora soggettiva

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Mader, al suo primo lungometraggio di finzione che segue il documentario Loot (2008), fa di Sound of Metal un film mono-sensoriale, dove il lavorio di sound design si sostituisce al montaggio, o meglio ne è la sua forma più necessaria. Gli stacchi di montaggio bruschi e improvvisi riposizionano non solo il punto di vista ma il “punto del suono”, manifestando a chi guarda e ascolta, come quei suoni naturali e quotidiani (il gocciolio del caffè, il suono robotico di un frullatore, le mani che percuotono uno scivolo, le parole che trapassano una cornetta telefonica, lo scrosciare dell’acqua nella doccia) nelle orecchie di Ruben sono invece distorsioni, ovattamenti, storpiature, lontananze, asonorità. Il cosiddetto missaggio, montaggio dei suoni e la loro regolazione di volume, nel film diventa colonna sonora e interiorizzazione del protagonista allo stesso tempo. Un lavoro pregevole usato come arma di natura soggettiva per ascoltare il movimento interiore del suo protagonista. La vista e il tatto ora sopperiscono al senso mancate. Saranno così le mani che apprendendo il linguaggio dei suoni sostituiranno le parole che non si odono più.

Se la dipendenza si confonde alla sordità – nonostante la sognante e poi concreta opportunità chirurgica nella scienza che riesce quantomeno ad acuire quel silenzio assordante, poi si torna a casa, l’amore si trasforma, muta in qualcosa che non salva più due volte. E quel posto di quiete tanto agognato in comunità e mai pienamente raggiunto diventa per Ruben realizzazione possibile di un mondo ora visto con nuovi occhi. E con nuove orecchie.