Somnia: recensione del film di Mike Flanagan

Dopo i problemi finanziari di Relativity Media sembrava si fossero perse le tracce di Somnia (Before I Wake), il film di Mike Flanagan con Kate Bosworth, Thomas Jane, Annabeth Gish (già vista in X-Files) e soprattutto Jacob Tremblay, il bambino prodigio di Room. Ma come l’araba fenice rinasce dalle sue stesse ceneri ecco che clamorosamente arriva l’annuncio da Koch Media e Midnight Factory dell’arrivo in sala, il 25 maggio, di Somnia, del quale si era persa ormai la speranza. Come precedentemente detto, Mike Flanagan ha diretto il film, dopo le passate esperienze (non particolarmente felici!) con Oculus – Il Riflesso del Male e Absenthia. Il regista statunitense ha sempre mostrato interesse nei confronti del cinema horror fin dai sui esordi con vari cortometraggi (uno di essi ha ispirato proprio la creazione di Oculus) girati con budget ridottissimi fino all’esperienza registica che lo ha portato, con Somnia, alla direzione del suo quarto film. Ma purtroppo non sempre passione e dedizione collimano con riuscita ed efficacia dei prodotti proposti, fu il caso di Oculus, horror solo dall’ambientazione ma eccessivamente denso e farraginoso; è purtroppo il caso di questo Somnia. L’obiettivo di un genere ormai spogliato totalmente di un’aura innovatrice sta proprio nel sapersi rigenerare attraverso la proposizione di un qualcosa di nuovo, di un quid da dare al pubblico. Purtroppo il film di Flanagan cade irrimediabilmente nel deja-vu e nel più classico degli schemi prefissati dai maestri del genere, solamente sfiorati e non trattati degnamente.

Somnia

I primi scricchiolii si odono già dalla sceneggiatura, basata su una storia semplice, ai limiti del dozzinale. Una famiglia che ha perso il figlio decide, per superare il trauma, di adottare un bambino. La scelta ricade sul piccolo Cody (Tremblay), un tenero bambino anche se abbastanza strano. Il rapporto che Cody vive con i nuovi genitori è dapprima distaccato, poi man mano cresce la fiducia e di conseguenza anche l’amore. Una delle stranezze del piccolo sta proprio nel sonno: non vuole addormentarsi per paura “delle conseguenze”. Presto la nuova famiglia si troverà in contatto con i sogni di Cody che si materializzano trasformando la realtà in sogno e viceversa. Ma come ogni persona, Cody produce sogni belli alternati a incubi e spesso questi risultano essere particolarmente aggressivi con il mondo esterno. La materializzazione del male minaccia la nuova famiglia di Cody e sembra che più di qualcosa (o qualcuno) turbi la quiete del bambino. Riuscirà la nuova famiglia a far dissolvere i suoi pensieri oscuri e a trasformarli in fantastiche visioni?

Somnia: un film difficile da seguire e assolutamente pasticciato

Somnia

L’impressione che qualcosa non vada nella pellicola si avverte immediatamente, la narrazione lenta (non per forza un difetto) ci riporta alla memoria il poco convincente Oculus, ma quello che lascia davvero pensare è la difficoltà di argomentare la vicenda. La trama e con se tutto il teatrino risentono di scelte di scrittura davvero troppo banali, tanto da far pensare alla favola (mal scritta!) e non ad un film horror. L’assenza completa di twist degni di nota e la mancanza di episodi concitati e spaventosi (se si eccettua qualche jump-scare qui e là) rendono Somnia un film difficile da seguire e assolutamente pasticciato. La tematiche sulla materializzazione dei sogni (e degli incubi) è nota e ben argomentata dal maestro per eccellenza del genere, parliamo di Wes Craven. Qui il richiamo è scontato ma non c’è pathos, non c’è veemenza e mancano le accelerazioni che un horror richiede dopo la presentazione dei fatti. In conclusione se è vero che il Sonno della ragione genera mostri questo Somnia di Mike Flanagan rappresenta l’addormentarsi, o meglio, il fossilizzarsi sul topic già noto senza la voglia di osare e di sviluppare, magari anche sbagliando, tematiche innovative e speranzose di cambiamento.

Regia - 1
Sceneggiatura - 1
Fotografia - 1
Recitazione - 1
Sonoro - 1
Emozione - 1

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