GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

VOTA IL FILM ORA!

Ci sono storie che devono essere raccontate; è questo il caso di Something Better To Come, il documentario di Hanna Polak, presente nell’interessante sezione Wild Roses: Registe in Europa, presentato all’IDFA 2014 di Amsterdam dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria e vincitore del premio Miglior Documentario al 26° Trieste Film Festival. La regista narra la storia di Jula – una bambina di dieci anni all’inizio del film – e della sua vita nelle catapecchie ricavate ai bordi della Svalka, la discarica più grande d’Europa, nella periferia di Mosca; questa però è soprattutto la storia della sua vita.

Something Better To Come: sognare un futuro migliore

Something Better To Come_Cinematographe.it

Tutti, amico mio, tutti vivono per un futuro migliore

Maksim Gor’kij, I bassifondi

Tutto sta già nel titolo: il meglio deve ancora venire. Yula sogna ad alta voce, sogna guardando una donna proprio come lei, la regista che viene da un luogo che lei non conosce, una sorta di isola che non c’è per quei bambini smarriti, o per meglio dire, traducendo letteralmente neverland, “maiterra”. Il pezzo di mondo in cui “vive” è un luogo dove gli “scarti”, intesi in senso allargato come cose e persone, si raccolgono e vengono dimenticati. Loro però non dimenticano nulla, loro sanno, pensano a quei riverberi della vita normale, di vita “fuori” da quel perimetro da cui è difficile fuggire. Lì, Yula ha una comunità che mangia ciò che trova, sopravvivere cercando tra i rifiuti. Quella per loro è vita.

La Polak ci porta nella vita di Yula, metafora della vita di tutti quei poveri cristi intrappolati nella discarica, la segue per  14 anni (dai 10 ai 24) e costruisce una racconto che si dimentica difficilmente; è il resoconto di una storia ma anche il racconto di formazione di una piccola donna che sta crescendo. Chi è abitante di quelle baracche ha un destino già scritto fatto di mancanze, malattie, scarsa igiene, morte prematura. A dieci anni quando iniziano le riprese, Yula desidera che sua madre, vedova, smetta di bere, bastano tre anni e quella bambina beve alla bottiglia degli adulti immersa nella spazzatura. Emerge chiaramente che tra quell’Immondizia c’è molto di più, c’è la “sporcizia” del riciclaggio illegale che sottopaga lei e gli altri con salari terribili, di solito con vodka.

C’è qualcosa di più forte che li fa sopravvivere nonostante tutto, è il senso di comunità che non esiste fuori: è raramente sperimentato fuori dalla discarica – lo si comprende quando Yula e sua madre vanno a chiedere aiuto al nonno, quando la ragazzina a 16 anni resta incinta e ha bisogno di ospitalità, lui reagisce in modo brutale, senza empatia. Anche se Yula e le sue amiche hanno poco per non dire nulla, sono felici, allegre, intraprendenti affrontano ogni cosa con un dolce sorriso e lottano con coraggio. Crescono velocemente e fanno delle scelte da donne adulte anche quando sono bambine. Something Better To Come non è dunque solo una storia degli ultimi della terra, una storia disperata e triste, di corpi che si deteriorano, di persone che spariscono, ci sono momenti di vera bellezza e di rinascita. Lo spettatore viene inondato e schiaffeggiato dalle mani sporche di neonati e madri, dalle lacrime, dai volti segnati di donne e uomini che potrebbero avere qualunque età, viene colpito dalla forza di Yula, dalla sua volontà di cambiare e di sognare nuovi mondi possibili fatti di una casa, una famiglia, dei figli.

Something Better To Come: una sorta di reportage fatto di immagini potenti e strazianti

Something Better To Come_cinematographe.it

La Polak realizza una sorta di reportage di immagini potenti, strazianti ma anche cariche di speranza. Something Better To Come è una lenta e inesorabile poesia dura che vede Yula crescere mentre mutano le stagioni, il mondo va avanti e i rifiuti creano un castello cadente e terribile; e la protagonista vede tutto, partecipa a ogni cosa, assiste agli adulti maltrattati, alle donne violentate, alle notizie che da fuori cadono come bombe su di loro, accartocciati ma assurdamente felici l’uno accanto all’altro.

Yula è il centro ma attorno a lei ruotano i suoi compagni di vita, sua madre spesso ubriaca, i loro amici che si distruggono di lavoro, c’è chi si innamora, chi partorisce, chi muore; la vita va avanti e sembra impossibile fermarla. Polak con poche scene ci mostra che la Storia arriva a chi vive nelle baracche, ascoltano le notizie alla radio: all’inizio del film, uno sconosciuto di nome Vladimir Putin ha prestato giuramento come nuovo leader; si sente parlare dei conflitti in Cecenia e Ucraina.

Something Better To Come è un documentario intimo, diretto che ci dice cosa vuol dire crescere in un luogo dimenticato da tutti. Polak è una narratrice sensibile che guarda e registra ciò che vede rispettando chi ha davanti, non è una straniera, è chiaro che ha creato un rapporto di fiducia con quelli che abitano lì. Si rivolgono direttamente a lei, si aprono, ammettono verità dolorose, e ferisce una domanda che esplode nelle nostre menti: “Non siamo umani?”. Quella di Yula è l’epopea di una giovane che spera, è il racconto di un riscatto sociale, c’è per lei la possibilità di uscire da quell’incubo fatto di povertà, emarginazione e condizioni di vita disumane e fa questo percorso. Yula ha tanto sognato il fuori e poi ha la forza di andarsene dalla Svalka – alla fine ha 24 anni, aspetta un bambino, sta mettendo la carta da parati che rappresenta un bosco -, e tutto diventa un tornare a respirare o semplicemente un respirare per la prima volta davvero.

Something Better To Come: un doloroso e vivo canto sul restare umani

Something better to come_Cinematographe.it

Something Better To Come non è solo un diario sulle miserie umane, è anche un canto sul restare umani, imbevuto di gioia di vivere, un’istantanea su cui si vede impressa la luce della speranza.