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Opera d’esordio di Alberto Rizzi, Si muore solo da vivi, narra le vicende di Orlando, interpretato da un bravissimo Alessandro Roja, alle prese con la sua personale rinascita innescata da un evento traumatico: il terremoto che devastò l’Emilia nel 2012. Ricca di malinconia e speranza, quella di Orlando è la faticosa ricostruzione di un sogno che gli consentirà di riassaporare due passioni mai sopite: quella per la musica e per la sua ex fidanzata Chiara (Alessandra Mastronardi).

Il protagonista, frontman dei Cuore aperto, viene a sapere che la sua ex ragazza si sposerà con l’uomo per il quale lo aveva lasciato (conosciuto, ironia della sorte, proprio a un concerto della rock-band emiliana). Di lì a poco, il terremoto. Una forte scossa, reale, emotiva ed esistenziale, che andrà a stravolgere l’esistenza di Orlando, costretto a dire addio alla propria casa sul fiume, alla musica e al fratello, rimasto ucciso insieme alla moglie sotto le macerie dell’azienda di famiglia.

È nel tentativo di rimettere insieme i pezzi della propria vita che il protagonista si avvicina ad Angelica (Annalisa Bertolotti), la figlia del fratello defunto. Il rapporto tra i due, inizialmente goffo ma teneramente complice, accompagnerà lo spettatore per tutto il film, proprio come la musica, altra indiscussa protagonista della pellicola di Rizzi.

Una volta sciolto il gruppo, Orlando non riesce a trovare un lavoro che lo tenga occupato per più di qualche giorno. E così, dopo due fallimentari avventure nelle vesti improvvisate di benzinaio e cameriere, il giovane incontra la sua vecchia manager (Amanda Lear) e decide di provare e rimettere insieme la band (composta, tra gli altri, dagli strepitosi Neri Marcorè e Francesco Pannofino).

Si muore solo da vivi: una commedia romantica dal gusto retrò

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Ambientata in un’Emilia laboriosa e lenta al tempo stesso, ritratta alla perfezione in tutti i suoi splendidi contrasti, La pellicola di Alberto Rizzi sembra dar vita a eventi che danzano sinuosi tra musica rock e balere di liscio, mentre una passione travolgente vissuta lungo gli argini del Po torna a farsi spazio nel cuore di Orlando, conquistando il pubblico.

Ed è proprio il fiume uno dei protagonisti più vivi e apprezzabili di questo film. A dare voce al Po, interviene un personaggio affascinante e surreale. Voce narrante di chiarissimo stampo felliniano, il capitano di battello (Ugo Pagliai) darà preziosi consigli a Orlando e guiderà lo spettatore in un’inaspettata crociera sul fiume (durante la quale incontreremo anche un piacevole cammeo di Red Canzian). “Una strada piena di curve che non si fa comandare” il fiume Po che, rappresentazione della vita del protagonista e di ciascuno di noi, condurrà la trama verso un dolce lieto fine.

Numerose le riprese dall’alto per una regia che cede la parola al narratore onnisciente per eccellenza: la vita. Tanto che tra difficoltà e bellezza, ferite dolorose e inaspettate rinascite, il pubblico è spinto a domandarsi se davvero non sia il caso di rivedere la propria lista di priorità e desideri, lasciati forse per troppo tempo ad aspettare.

Fiore all’occhiello di questa commedia delicata, la fotografia di Massimo Moschin nella quale i colori lattiginosi della Bassa Padana vanno a scontrarsi con le luci artificiali delle scene notturne per dare nuova vita alla lentezza nostalgica della vita di provincia che sa aprirsi alla novità e, come da tradizione, all’amore ritrovato.