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Quando John Shaft III/JJJ (interpretato da Jessie T. Usher), analista dell’FBI, intuisce che dietro la morte per overdose del suo migliore amico Karim (interpretato da Avan Jogia)  c’è qualcosa che non quadra, si ritroverà a dover chiedere aiuto al padre che l’aveva abbandonato venticinque anni prima lasciandolo solo con la madre (interpretata da Regina Hall) – il Detective John Shaft II (interpretato da Samuel L. Jackson) di Harlem; l’indagine sulla morte di Karim e quel che ne conseguirà, diventerà l’occasione per rinsaldare un rapporto familiare perduto e per scoprire la propria natura di Shaft.

Torna John Shaft II a dieci anni di distanza dallo sfortunato sequel della saga degli anni settanta – Shaft (2000) di John Singleton, crime ampiamente dimenticabile e mai realmente incisivo nell’immaginario collettivo – in una comedy-crime dai toni infinitamente più leggeri rispetto al capitolo precedente. Attraverso un sotto testo legato ai rapporti paterni, Shaft (2019) diretto da Tim Story – riesce laddove aveva fallito Shaft del 2000: trovare un inscindibile legame narrativo con la mitologia della serie degli anni Settanta, a partire dalla riscrittura del legame di parentela tra John Shaft II e l’originale John Shaft (interpretato da Richard Roundtree) che se nel film del 2000 erano zio e nipote, qui sono più semplicemente – e a priori logicamente – padre e figlio.

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Shaft (2019): Richard Roundtree, simbolo di una generazione

Era il 1971, la musica di Isacc Hayes risuonava dai jukebox chiedendo chi fosse il miglior detective della città, e la risposta del coro era una sola: Shaft. Da lì una trilogia (1971-1973) e una miniserie tv composta da 7 episodi (1973-1974), in cui vennero esplorati i temi della blaxploitation in un crime dai toni forti incarnati dal volto massiccio ma gentile di Richard Roundtree.

Shaft proponeva, quattro anni dopo La Calda Notte Dell’Ispettore Tibbs (1967) di Norman Jewison con Sidney Poitier, un protagonista dalla pelle nera in un genere, il noir, predominato da sempre da volti “bianchi” come quello di Humphrey Bogart ne Il Grande Sonno (1946) di Howard Hawks, o quello di Robert Mitchum ne Le Catene Della Colpa (1947) di Jacques Tournier –  risultando così una delle opere cinematografiche più importanti del periodo per la fortissima ragione sociale che ne conseguiva.

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Shaft: dalla Blaxploitation al Buddy-cop in tre generazioni

Shaft (2019) in tal senso, cerca di riproporre le atmosfere della saga degli anni settanta rielaborandole in chiave postmoderna, tenendo quindi conto dei valori e dei generi che fanno da padrone nel action-crime del 2019. La pellicola di Tim Story, attraverso una sceneggiatura scorrevole e lineare, incede in un progressivo abbassamento del tono e del genere del franchise che da un crime dai toni forti della blaxploitation, viene rielaborato in chiave comedy buddy-cop con sfumature paterne, senza particolari (e memorabili) guizzi di scrittura e/o regia. Lo script di base infatti, per quanto semplice e scorrevole, non offre una maturità narrativa e di toni tale per permettere a Shaft (2019) di diventare qualcosa di più di un film da pigro intrattenimento, non reggendo assolutamente il confronto con l’iconica saga degli anni Settanta, ma migliorando e aggiornando il rapporto con l’omonimo (mediocre) film del 2000.

Sulle continue reprise del tema musicale di Isacc Hayes, in Shaft (2019) vediamo l’evolversi della narrazione in un continuo contrasto generazionale – continua fonte di gag – tra il John Shaft II di Jackson e il John Shaft III (JJJ) di Usher – il primo uomo burbero dai vecchi metodi cresciuto in strada e autentica leggenda di Harlem, e l’altro giovane analista dell’FBI che nell’incedere del suo arco narrativo diventa sempre più confidente con la sua “natura Shaft”, con le armi, diventando una risorsa importante all’ombra dell’ingombrante figura paterna.

Nel terzo atto vi è infine l’entrata in scena dell’originale e inossidabile John Shaft di Richard Roundtree – narrativamente una versione estremizzata di John Shaft II di Jackson – che nella battaglia finale per salvare Sasha (interpretata da Alexandra Shipp) dai Brothers For Brothers darà quella dose di botte da orbi cool in più in una sequenza che è puro fan-service per gli amanti della saga del detective di Harlem.

Shaft: una nuova generazione di afroamericani nel mito del Detective di Harlem

La pellicola di Tim Story rilancia nel nuovo millennio il mito di Shaft pur con qualche ingenuità e un mancato approfondimento psicologico dei personaggi – che soprattutto nei comprimari si riducono a semplici “funzioni” stereotipate – in un’America sempre più dilaniata dai conflitti sociali e dal razzismo incipiente. Shaft è si un’occasione mancata di poter rifare la storia del cinema dando un nuovo modello di riferimento alle generazioni di afroamericani (e non), ma di contro diventa l’opportunità di poter riscoprire il mito di Richard Roundtree, della saga degli anni Settanta e l’importanza della blaxploitation in quel particolare periodo storico – quando un Detective afroamericano nell’imporre la disciplina in nome della legge con forza e determinazione, era capace d’incarnare un’autentica rivoluzione sociale.

Shaft, diretto da Tim Story, è disponibile su Netflix dal 28 Giugno 2019. Nella trama ufficiale si legge:

Quando il figlio che non conosce si rivolge a lui in cerca di aiuto, lo sfrontato detective John Shaft scopre che il suo rampollo non gli somiglia affatto.

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