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Run with the hunted (2019) di John Swab, con un cast costellato da grandi nomi del piccolo e grande schermo, è tra i film più attesi della 14ma Festa del Cinema di Roma, almeno tra le “piccole” pellicole. C’era infatti grande curiosità intorno a questo crime-drama con Michael Pitt e Ron Perlman in scena, oltre alla mini-reunion di Sons of Anarchy (2008-2014) tra gli Elvis Munson e Clay Morrow di Boone Junior e il sopracitato Perlman.

Run with the hunted – che vede nel cast anche Mark Boone Junior, William Forsythe e Isiah Whitlock Jr – racconta infatti di un ragazzino di nome Oscar (Mitchell Paulsen) che, avendo commesso un omicidio per salvare da un’aggressione Loux (Madilyn Kellam), la sua migliore amica, è costretto a fuggire dalla città di campagna in cui è nato e lasciarsi tutto alle spalle. Scappa nella città più vicina, dove entra a far parte di una banda di piccoli ladri di strada e, mentre precipita nel crimine e nella corruzione, vede la sua innocenza scivolare via. Dopo ben quindici anni il destino di Oscar e Loux si rimette in linea ma, mentre lui ha dimenticato chi era prima di raggiungere quella città, la ragazza si sta mettendo proprio sulle tracce di colui che le aveva salvato al vita.

Le premesse per un film coinvolgente e accattivante c’erano tutte, eppure la pellicola di John Swab, pur presentando un racconto che tra primo e secondo atto sembra il giusto mix narrativo tra Il signore delle mosche (1954) di William Goulding e Oliver Twist (1839) di Charles Dickens, non riesce a superare nemmeno lontanamente lo status da guilty pleasure.

Run with the hunted: script fiacco e una mancanza di visione registica

Run with The Hunted – come dicevamo – parte da premesse narrative importanti che lasciano ben sperare, specie nello sviluppo della narrazione e nelle sequenze iniziali volte a delineare non solo l’ambiente narrativo in cui il piccolo Oscar vive, ma anche il suo animo benevolo ma risoluto – mostrandoci la sua “prima volta” da criminale per proteggere la piccola Loux dagli abusi paterni. Un protagonista insomma, che in gioventù compie un atto orribile per ragioni tuttavia condivisibili.

Grazie a una regia misurata e raccolta che tra particolari, primi piani e piani medi, gioca tutto sul mostrarci l’intimità dei personaggi e panoramiche e totali con cui mostrare la vastità dell’ambiente narrativo – Swab avvolge lo spettatore nella sua forte narrazione in cui il portare in scena la società dei giochi rotti dei bambini perduti, riesce a unire il genere del coming of age alla tematica del viaggio e al drama crime. Elementi volti a delineare un racconto che nel suo sviluppo sembra in parte rievocare il cinema pop degli anni Ottanta di Chris Columbus e Richard Donner.

Sino alla digressione temporale principale con cui scopriamo il passato di Oscar, il suo lento incedere nella società dei giochi rotti, l’introduzione dei personaggi di Sway, Augustus e Birdie di Boone Junior, Forsythe e Perlman, e le affinità narrative ed emotive con la sua opposta Peaches (Kylie Rogers).

Giunti tuttavia al secondo atto e al flashforward che ci riporta nella timeline principale, con Oscar e Peaches ormai cresciuti; Run with the hunted delinea un racconto che si dipana in un doppio arco narrativo parallelo in Oscar che incede sempre più nella sua vita criminale e Loux che a distanza di 15 anni dagli eventi del flashback lo ha cercato lungo tutta la vita.
Per un andamento del racconto – purtroppo – dal ritmo netto e incisivo, che non da spazio a un respiro narrativo, in cui le linee narrative si incrociano all’inizio del terzo atto, senza tuttavia l’opportuna crescita psicologica dei personaggi.
Per una conclusione che in Run with the hunted risulta “bruciata” laddove sarebbe stato necessario lasciare crescere i personaggi anziché invece limitarsi a una chiusura fin repentina.

Run with the hunted: un’occasione mancata

Un racconto, quello di Run with The Hunted, volto così a mostrarci come una giornata storta possa cambiare radicalmente anche l’animo più puro e volenteroso; mostrandoci soprattutto come la violenza genera sempre e solo altra violenza.
Per una narrazione che, specie tra il primo e secondo atto, aveva il potenziale per un gran film di denuncia sociale, ma il cui terzo atto finisce con il bruciare ogni opportunità di consacrazione cinematografica.

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