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L’importanza dei legami affettivi all’interno della famiglia è indubbia ma non è certo un elemento così scontato. L’amore, d’altronde, è un sentimento complesso, turbolento, vivace ed incline alle oscillazioni della vita. Certo, con la maturità tutto si va a bilanciare e stabilizzare, ma cosa accade nel cuore e della mente di un ragazzino di 9 anni che è costretto a vivere con la madre ed un intruso? Il profondo attaccamento che prova nei suoi riguardi è tale da giustificare un’apertura nei confronti dell’estraneo o la situazione è decisamente più complicata?

Rivale, l’inedita opera di Marcuz Lenz, presentata durante il Bergamo Film Meeting (evento in digitale cominciato il 24 aprile e terminato il 2 maggio 2021), cala gli spettatori in una dimensione decisamente curiosa e alternativa. Vedere il mondo attraverso gli occhi innocenti e selvaggi di un giovane di pochi anni dimostra una grande analisi e prova psicologica, a cavallo tra esperienza documentaristica e finzione con dosi massicce di verosimiglianza. Abbiamo visto in anteprima la realizzazione grazie al nostro accredito e siamo qui per parlarvene.

Rivale: un’avventura bambinocentrica

Rivale 1

Roman, un bambino di 9 anni, dopo la scomparsa di sua nonna in Ucraina, raggiunge clandestinamente la madre Oksana in Germania, che inaspettatamente vive con un vedovo tedesco malato di diabete, Gert, dopo la recente morte di sua moglie della quale era badante. Lo shock iniziale è devastante e il giovane dovrà imparare presto a convivere con uno sconosciuto, metabolizzando in maniera piuttosto brusca che un estraneo si interpone tra lui e la madre, andando a minare, secondo la sua logica, l’affetto reciproco fra i due.

La forza della pellicola risiede non solo e soltanto nella scelta di un bambino come protagonista, ma anche nel raccontare la storia attraverso il suo punto di vista. Chiaramente, ciò permette di vivere le turbolente e istintive emozioni del piccolo, in modo così genuino e naturale da valicare il confine della finzione e toccare le soglie della realtà. Non è un caso che lo stesso regista ha dichiarato di non aver dato disposizioni precise all’interprete, ma lo ha lasciato libero di sperimentare e di reagire come meglio credeva.

In questo, Yelizar Nazarenko è stato straordinario nella sua interpretazione: in ogni suo gesto, sguardo e semplice azione esprime un mondo così tanto distante da quello adulto che appare affascinante, intangibile ed estremamente lontano. In lui risiedono l’animalità e la gelosia primordiale, l’affetto puro, ma anche l’istinto feroce. Come in un esperimento sociologico e psicologico, assistiamo in prima persona ad una sua crescita personale, provando sulla nostra pelle, in maniera diretta e senza filtri, la sua genuina evoluzione verso la maturità.

Tale scelta, se da un lato permette allo spettatore di concentrarsi enormemente sull’arco narrativo del protagonista, taglia per forza di cose l’impatto che hanno i comprimari all’interno di Rivale. Per quanto il loro peso sia indubbio (d’altronde rappresentanoi principali motivi scatenanti delle reazioni del bambino) rimangono troppo di sfondo, dando la possibilità al piccolo di emergere.

Maria Bruni e Udo Samel, interpreti rispettivamente di Oksana e Gert, seppur presenti in maniera minore, sono fondamentali per la riuscita della storia. Rivale, nonostante dia così tanto spazio ai sentimenti e alle reazioni di Roman, apre anche molti spiragli sul fronte tematico e contenutistico, gestendo questi lati del film in modo più rarefatto e artificioso, contrariamente alla naturalezza dell’interpretazione di Yelizar Nazarenko.

Rivale: l’apertura verso una realtà in continua espansione

Rivale 2

La sceneggiatura porta avanti una narrazione decisamente molto classica, con una breve introduzione proiettata temporalmente già alla conclusione della realizzazione e un ritorno brusco al vero inizio, mostrando allo spettatore come si è arrivati a quella determinata situazione. Non sono presenti passaggi ostici o particolarmente complessi e il copione va avanti senza nessuna particolare difficoltà, più un accompagnamento per il protagonista che un perno fondante di Rivale.

Con la regia, invece, siamo proprio su altro binario. Proprio perché la macchina da presa segue pedissequamente il personaggio principale, più che essere di supporto, rappresenta una sorta di pura estensione del suo ruolo in Rivale. Il contrasto più evidente che la cinepresa mette in evidenza è nelle ambientazioni: se nella maggior parte dei casi viviamo, con Roman, all’interno di luoghi al chiuso, claustrofobici, tutte le poche sequenze che al contrario sono collocate all’esterno hanno un significato molto diverso.

Il piccolo è fondamentalmente un animale in gabbia che si apre lentamente alla realtà che lo circonda: quando si trova in ambienti serrati cerca di adattarsi al meglio che può, trovando la sua quotidianità; quando, invece, al contrario, esce, la sua volontà di esplorazione si impossessa di lui, come un fuoco ardente ed esplosivo. E al tempo stesso, in parallelo, viene esternata tutta la sua animalità intrinseca. Ovvio che il suo fine ultimo è quello di trovare un compromesso, tra l’estrema logicità e il cieco istinto.

Ed ecco che che nello snodo centrale di Rivale, ovvero il confronto con il personaggio di Gert, risiede gran parte della filosofia del lungometraggio. Il loro scontro/incontro, seppur molto problematico all’inizio, si chiude con un affetto reciproco anche tra i due “sconosciuti”, a tal punto che Roman sviluppa un atteggiamento amorevole e protettivo nei confronti dell’altro, contribuendo in modo massiccio alla sua apertura verso il mondo. Sono proprio le persone esterne e la relazione con esse, infatti, a farci crescere come esseri umani razionali.

Rivale più che essere solamente una pellicola, ambisce ad esplorare la complessa mente di un bambino nel pieno della sua caotica evoluzione, contrastandola con l’inserimento di ostacoli fisici al suo progresso. Se, quindi, sul fronte emozionale è difficile empatizzare con il protagonista perché lo sentiamo distante dal nostro vissuto e inclinazione, dall’altro è affascinante notare come il confine tra documentario e lungometraggio di finzione è rotto del tutto. Una realizzazione peculiare e dal fine ben chiaro, con un linguaggio per nulla funzionale, ma incredibilmente introspettivo.