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Revenge, primo horror del filone “rape and revenge” ad essere stato diretto da una regista donna (la francese Coralie Fargeat), ha avuto la sua anteprima mondiale nella sezione Midnight Madness del Toronto Film Festival 2017 e, in seguito, in occasione del Sundance Film Festival del 2018. Il film segue le vicende di Jen (Matilda Lutz), sexy socialite che ha una relazione segreta con il milionario Richard. I due decidono di passare un fine settimana in una lussuosa villa isolata nel deserto, in attesa degli amici di Richard, con cui l’uomo ha organizzato la tradizionale battuta di caccia annuale. Le cose prenderanno una terribile piega quando Jen verrà violentata da uno dei ragazzi: Richard offre alla ragazza una somma di denaro e un’alternativa per dimenticare la violenza subita, ma Jen rifiuta e fugge nel deserto, braccata dai tre ragazzi. Fingendo di chiamare un elicottero per accompagnarla a casa, Richard spinge Jen giù per un dirupo. Ha inizio la vendetta della donna.

Revenge: da preda sexy a spietata assassina

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Le immagini che aprono Revenge sono piuttosto esplicative: una fotografia che più satura non si può, un rallenty accompagna le sinuose curve di Jen mentre scende dall’elicottero, assaggiando un lecca-lecca come le protagoniste dei videoclip pop anni 2000. I due si apprestano a fare il loro ingresso in una villa ultramoderna dalle vetrate azzurre e magenta: l’uomo non parla, ma con un solo sguardo riesce a ottenere le attenzioni (e anche più) della sua lolita dagli shorts inguinali. A differenza del protagonista-villain Richard, individuo attivo insieme al gruppo di amici, Jen rimarrà corpo passivo quasi privo di sentimenti, pensieri e opinioni. È da questa figura femminile che l’idea che Coralie Fargeat propone del genere maschile si alimenta: Jen è la traduzione filmica di un’iconografia che parifica donna e giocattoli (oltre alle solite armi sventolate dai protagonisti maschili), esibito da un dominatore patriarcale che prima la “possiede” e poi la getta in pasto agli astanti del suo stesso sesso.

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Non ci è dato sapere nulla al di fuori di ciò che vediamo sullo schermo: Fargeat tiene fuori fuoco il passato dei protagonisti e la loro psicologia, che però non sembra emergere nemmeno dalle vicende ritratte nel film, che si compone così più come fosse un infernale incubo femminile che come una situazione realistica. Gli uomini sono goffi, talvolta stupidi, ma soprattutto cattivi a tutto tondo privi persino di pentimenti e rimpianti, monodimensionali come la controparte femminile.

Revenge osa quando sfrutta il potenziale del genere horror, e funziona: la seconda parte, che simboleggia la maturità di Jen attraverso una rinascita (seppur poco credibile sul piano narrativo), è un’arena di sangue, dove a scandire il ritmo dell’opera sono troncamenti, amputazioni e fiumi di sangue. Meno efficace è la sua componente thriller in interni, dalle dinamiche scontate nel primo atto e in chiusura, e quella survival, che caratterizza la trasformazione della protagonista nel secondo atto.

Revenge: un film che strizza l’occhio alle odierne tematiche sociali

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Ci sarebbe, tuttavia, una potenziale chiave di lettura che porterebbe a vedere l’opera di Fargeat come una sorta di semplicistica metafora di genere degli odierni movimenti sociali. Come diversi film appartenenti alla categoria rape and revenge, o che ne hanno saggiato alcuni elementi tipici per provare a ricavarne riflessioni di altro tipo (è il caso delle tante opere autoriali che partono dal medesimo assunto, la violenza fisica), Revenge ha per baricentro il concetto di rovesciamento del ruolo, che si sposa alla perfezione con il genere scelto ma, stavolta, in un’epoca in cui riesce sempre più difficile non accostare al concetto di ruolo l’ideologia gender.

Jen, che richiama la Jennifer di I Spit on Your Grave, resuscita dalle ceneri di una donna inerte e cresce solo attraverso la rivalsa contro i suoi malfattori, guidata dalla collera e dal disprezzo, pronta a castigare chiunque l’abbia fatta soffrire. Eppure, si ha l’impressione che il film di Fargeat sia più puntuale che innovativo, più audace nella messinscena dell’orrore che nell’intento di proporre qualcosa di insolito, preferendo rimanere appiccicata alle formule della corrente cui fieramente appartiene. Sarà davvero difficile rimanere sorpresi da un film che predilige la possibilità di rimpolpare i luoghi comuni su vittime e carnefici, rimanendo sguardo esterno e spesso compiaciuto, anziché provare sinceramente ad approfondire il punto di vista delle prime.

Revenge uscirà nelle sale italiane il 6 settembre con Koch Media.

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