GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

VOTA IL FILM ORA!

3.7

MEDIA VOTI PUBBLICO

Psychedelic, un dramma a tinte forti sull’umanità perduta

Tre generazioni, più una, per raccontare l’umanità spaventata, disarmata e alla deriva. Che si pone domande a cui non sa mai dare una risposta. Paul (Massimiliano Rossi), attore in crisi, abbandonato dalla moglie e che vive nel retro di un teatro,  ossessionato da visioni a tinte fluo e da un furioso desiderio di morte che non trova mai compimento, è uno dei protagonisti di Psychedelic insieme al padre Francesco (Alessandro Haber), ormai malato, uomo-isola per sua stessa volontà e che cerca di “imparare a morire”. E con il figlio Ernesto (Giuseppe Amelio), sassofonista squattrinato in cerca della sua strada, della sua ragione di vita e in costante conflitto col padre. A fare da pendant e ad abbracciarli, metaforicamente, tutti Padre Carlo, in realtà una sacerdotessa (Ksenija Martinovic), che strappa via la sua femminilità per mettersi al servizio degli ultimi, degli esclusi dalla società e di una Chiesa che si fa Madre alla ricerca essa stessa della via per credere (“Andate in pace, ovunque sia”). Paul è in cerca di un finale che non arriva e mai arriverà. Riferimento all’inevitabile incompiutezza dell’uomo.

Il teatro che si fa cinema ma che si piega all’artificiosità

È profondo l’intento di Davide Cosco dietro a un messaggio di salvezza che si può ottenere solo attraverso la fede, bene tanto prezioso quanto introvabile. “Tu in cosa credi?”, “Tu ci credi?”. Sono le domande che, come un intercalare, si ripetono e permeano il senso di Psychedelic. Sicuramente un’opera che spinge ad una riflessione viscerale, che lascia aperti interrogativi e dubbi che dallo schermo arrivano, amplificati, al pubblico grazie ad immagini incisive come tableau teatrali futuristici. Il linguaggio e i movimenti scenici ci sono e si vedono, anche troppo. Progressivamente, infatti, Psychedelic da film sembra trasformarsi in un prodotto di videoarte, fatto sì di scene d’impatto che però non trovano collegamento l’una con l’altra eccedendo in meccanica artificiosità. Il pubblico è spaesato davanti a dialoghi in più punti sconnessi e decontestualizzati, che giustappongono massime e citazioni lasciandole sospese a metà. Straniante è infatti l’effetto della voce fuori campo di Alessandro Haber-Francesco che dal suo eremo si racconta e cerca l’estremo contatto con il figlio e con il nipote. Anche la recitazione risulta inevitabilmente meccanica, ingessata in uno schema di frasi gettate lì quasi a caso e  di sguardi svuotati. Si distingue Yari Gugliucci, che bilanciando dramma e ironia nella sua maschera teatrale, è Mario, fedele amico di Paul, produttore del suo spettacolo ma nella vita di tutti i giorni semplice gestore di una lavanderia a gettoni.

Davide Cosco e i “Visual Effects”

Al suo debutto dietro la macchina da presa, Davide Cosco utilizza la tecnica dei Visual Effects per restituire quella sensazione di alienazione di Paul, in primis, ma in realtà di tutti i tipi umani che come tasselli compongono il film. Psychedelic è dunque un buon primo passo verso una regia calligrafica che lascia intravedere una spinta forte verso il cinema impegnato ma che deve ancora trovare concretezza e legame con il pubblico. Un legame che sicuramente non tarderà ad arrivare.