GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE

VOTA IL FILM ORA!

1.9

MEDIA VOTI PUBBLICO

Un gruppo di amici. Un addio al celibato particolare: un’escursione. Qualcosa di tranquillo, qualcosa che rompa gli schemi triti e ritriti ma nulla è ciò che appare. Inizia così Prey, il film di Thomas Sieben (Il sequestro di Stella), thriller-horror di produzione tedesca che entra nel catalogo Netflix il 10 settembre 2021.

Prey: un addio al celibato particolare

Prima del matrimonio di Roman (David Kross), suo fratello Albert (Hanno Koffler) e gli amici, Peter (Robert Finster), Vincent (Yung Ngo) e Stefan (Klaus Steinbacher) si ritrovano per festeggiare, hanno portato Roman nel bosco, non sanno però che quel luogo tranquillo nasconde grandi pericoli. Quella che dovrebbe essere un’emozionante riunione tra amici diventa un incubo quando degli spari fragorosi e improvvisi distruggono l’atmosfera idilliaca. Sarà solo un cacciatore, si dicono. Peccato che la persona armata non abbia intenzione di cacciare animali ma uomini. I cinque amici sono in pericolo perché entrati nel mirino del personaggio misterioso. Quando uno di loro viene colpito dal primo proiettile si comprende chiaramente che non si tratta di un gioco ma di qualcosa di molto più grande.

Sulla carta o nelle premesse, Prey potrebbe essere un film interessante: la quiete, la tranquillità, viene scelto una sorta di locus amoenus in cui i giovani uomini pensano di poter passare bei momenti da ricordare per sempre,  dato che in un luogo così nulla di brutto sembra poter capitare. Invece no, proprio in quello spazio, il dramma, l’imprevedibilità. L’orrore dove orrore non dovrebbe esistere, la cosiddetta norma diventa il fuori norma. Spari in aria, spari sempre più vicini; ormai è caccia all’uomo.

Il gioco del gatto col topo

La paura inizia a montare e Prey, come spesso capita in questo genere di film, si concentra sui personaggi, su questo gruppo di amici, la cui unità inizia a vacillare. Tutto si smembra un po’ alla volta, i cinque uomini, il corpo di ciascuno. Colpiti, feriti, alcuni pensano a lasciare indietro i più deboli, una sorta di “mors tua vita mea“. Roman, mentre ricorda alla sua futura moglie, avendo fissi nella testa i momenti felici con lei – una giornata in spiaggia, il morso di una medusa e le attenzioni di lui per curare lei, il letto e l’amore -, non può accettare che tutto finisca così. Prey gioca con i suoi personaggi, con quei giovani che potrebbero perdere la vita da un momento all’altro e gioca anche con lo spettatore perché a Roman e ai suoi amici capita veramente di tutto e ad un certo punto sembra quasi che il caos regni sovrano.

In una sorta di Dieci piccoli indiani, si percepisce chiaramente il pericolo e dunque si può solo nascondersi, guardare da dietro gli alberi, la macchia verde dove si trova il nemico. I cinque amici scoprono praticamente subito l’identità del cecchino – si sapranno superficialmente i motivi per cui agisce così – e questo forse dovrebbe rappresentare una stravaganza narrativa ma il cinema ci abitua a ben altre storie molto più “ribelli” di questa.

In uno strano mix tra inesorabile lentezza e adrenalina causata dalla fuga, la storia di Roman e dei suoi amici prosegue, la sensazione è quella però di trovarsi in un buco nero in cui solo a tratti si vede la luce, in altri si brancola stancamente nel buio.

Un film che non gioca bene le sue carte

Prey è un’occasione persa. Se ci sono dei momenti interessanti (la tensione nella fuga del gruppo per scampare ai colpi di fucile, l’ambientazione che ben si inserisce nell’immaginario tipico del thriller-horror), se interessante è l’idea iniziale, c’è più di qualcosa che non torna. Sarà che a tratti lo spettatore si sente non partecipe di questa corsa ma solo stanco di assistere alle tragedie di questi personaggi di cui sa pochissimo – la caratterizzazione è assai stereotipata -, che dicono poco, se non nulla, di sé e degli altri. Il finale non sconvolge particolarmente e non dà neppure un senso, in un modo o nell’altro, di liberazione – perché molto resta inspiegato.