Pochi film hanno avuto l’impatto culturale di Platoon, il film più sentito, viscerale, autentico e personale del grande Oliver Stone.

Quattro premi Oscar su otto candidature (tra cui Miglior Film e Miglior Regia) , l’Orso d’Argento a Berlino come miglior regista, 140 milioni di dollari di incasso a fronte di soli 8 milioni di dollari di costi. Inserito nel 1998 nella lista dei migliori 100 film americani dall’American Film Institute, Platoon è sicuramente una delle pellicole più famose (e più genuine) sulla Guerra del Vietnam.

“..Stone combatté in prima linea per un anno, venendo ferito due volte e guadagnandosi ben tre decorazioni. Come molti altri però, aveva scoperto molto presto che la guerra nel Sudest Asiatico era molto diversa dalla crociata per la libertà che i loro padri avevano combattuto contro il fascismo negli anni quaranta..”

Il film è in tutto e per tutto una confessione e un atto di disperato omaggio di Stone a sé stesso, alla sua generazione perduta, quella che distrusse la propria anima nelle giungle e nelle risaie, di quello che è stato il conflitto più atroce e moralmente discutibile della storia americana. Del resto Stone sapeva molto bene di cosa parlava.

Si era arruolato ad appena vent’anni come volontario per il fronte nel 1967, convinto come molti altri suoi coetanei della necessità di combattere il comunismo prima che arrivasse nel “Magnifico Paese”. Stone combatté in prima linea per un anno, venendo ferito due volte e guadagnandosi ben tre decorazioni. Come molti altri però, aveva scoperto molto presto che la guerra nel Sudest Asiatico era molto diversa dalla crociata per la libertà che i loro padri avevano combattuto contro il fascismo negli anni quaranta.

Stone cominciò ad avere problemi di droga, a vivere di rimorsi e sensi di colpa che rischiarono di pregiudicarne la promettente carriera di regista, cominciata appena tornato in patria.

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Stone dovette superare notevoli difficoltà per dirigere il film, che ottenne l’attenzione degli Studios solo dopo il grande successo del regista con Fuga di Mezzanotte, che gli procurò un Oscar. Tuttavia egli dovette fare a meno dell’aiuto dell’esercito americano, che si rifiutò di fornire equipaggiamento ed armi per un film che (all’apice del regno reaganiano) mostrava gli orrori ed errori commessi dai soldati statunitensi.

Per le riprese, svoltesi nelle Filippine, la troupe dovette fare i conti con il regime sanguinario del dittatore Marcos, che quasi li costrinse a cancellare la produzione. Alla fine però Stone riuscì a coinvolgere le forze armate filippine, oltre che numerosi rifugiati vietnamiti, creando presso l’isola di Luzon (dove Coppola aveva diretto il suo Apocalypse Now) un set dove per 54 giorni si ricreò l’offensiva del Tet.

“..Il risultato ottenuto da Stone fu di una potenza devastante..”

Molti attori famosi erano stati contattati per interpretare i protagonisti di Platoon: da Kevin Costner a Keanu Reeves, da Kyle MacLachlan a James Woods. Alla fine però il cast fu formato sia da grandi stelle del momento, che da giovani emergenti: Tom Berenger, William Dafoe, Charlie Sheen erano i volti più noti. Ma il film fu il trampolino di lancio per attori del calibro di Jonnhy Depp, Forest Withaker, Kevin Dillon,Tony Todd, Keith David e John C. McGinley. La fotografia fu affidata ad un fedelissimo di Stone: Robert Richardson.

Il risultato ottenuto da Stone fu di una potenza devastante. Ancora oggi è impossibile restare indifferenti nel seguire l’iter della recluta Chris Taylor (un rampante Charlie Sheen ancora scevro di disastri esistenziali) che è contemporaneamente lo stesso Oliver Stone ed il milite ignoto, il simbolo di quella generazione di americani che persero la propria anima in quella guerra. Una guerra dalla quale 58000 di loro non tornarono più, e chi tornò fu sovente travolto dal dolore, dai sensi di colpa per ciò che aveva fatto o non aveva fatto, per l’essere tornato vivo mentre tanti erano morti. Del resto come Ungaretti scriveva sovente è il cuore di un reduce il paese più straziato. Reduce del Vietnam significava anche portare sulle proprie spalle le responsabilità di una classe politica che aveva cercato a lungo una Nuova Frontiera.

L’aveva trovata, ed era come la vecchia dei pionieri: fatta di massacri, razzismo, affaristi e politici senza scrupoli.

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“..Elias e Barnes sono entrambi carismatici, affascinanti, entrambi rispettati, ma totalmente antitetici e portatori di un significato storico molto profondo..”

In Platoon, Taylor arriva in Vietnam pieno di buoni propositi, determinato a fare il proprio dovere, a dimostrare che anche un ragazzo benestante è pronto a servire il proprio paese. Il plotone a cui è destinato è un mix di tutte le razze ed etnie, di veterani usurati, di reclute, di vigliacchi e coraggiosi, tutti però brutalizzati da una guerra che è sempre più disumana, crudele…in poco tempo Taylor si troverà diviso tra due esempi da seguire.

Da una parte il sergente Elias (un credibilissimo William Dafoe), leader comprensivo e coraggioso, che cerca di condurre una guerra il più possibile onorevole e di non perdere la propria anima e quella dei ragazzi che guida.

Dall’altra il tetro, sanguinario ma altrettanto coraggioso sergente Barnes (un Tom Berenger in stato di grazia), uomo in perfetta simbiosi con ogni orrore della guerra. Elias e Barnes sono entrambi carismatici, affascinanti, entrambi rispettati, ma totalmente antitetici e portatori di un significato storico molto profondo.

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Elias infatti rappresenta ciò che gli Stati Uniti erano (sono?) convinti di essere: quelli che Kubrick in Full Metal Jacket definiva sardonicamente “gli omini verdi dei detersivi”, i salvatori, soldati dotati di moralità e coscienza, dotati di saggezza e comprensione. Combattono la guerra seguendo le regole. Sempre. Sono i buoni.

Barnes è invece il volto impietoso e reale della guerra (“Io sono la realtà!” esclama). Nelle sue cicatrici, nei suoi crimini e nel suo sanguinario coraggio, rivivono tutti i guerrieri di tutte le epoche. Uomini che non temono la morte, anzi ne aspettano la visita con noncuranza, che nel tremendo crogiolo di corpi trovano una loro dimensione, un senso. E’ il volto dell’America reale, quella che ha incendiato mezzo mondo seminando morte ovunque e vede sé stessa come la terra degli uomini liberi…

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L’America in Vietnam era sicura di essere come Elias, invece scoprì di essere Barnes, il portatore di morte sadico, crudele. Ma al contrario di Barnes, sempre sincero, mai ipocrita o auto assolutorio, la storia anche recente ci insegna che alla fine invece di guardare dentro l’orrore con coraggio, come il colonnello Kurtz immaginato da Coppola, ha sempre preferito lavarsene le mani come il codardo Tenente Wolfe che in questo testamento ideologico di Stone, assurge a simbolo di quella debolezza, vigliaccheria e ignavia che sono da sempre peggiori anche della schietta crudeltà.

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