Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda

Il documentario di Fellini e Scolari sul campione dei mondiali del 1982, Paolo Rossi.

Arriva al cienma dal 5 luglio 2022, in occasione del quarantesimo anniversario della vittoria della Nazionale Azzurra ai Mondiali di Spagna del 1982, PAOLO ROSSI – L’Uomo. Il Campione. La Leggenda. 

La mediasfera contemporanea è caratterizzata da un altissimo numero di dispositivi narrativi, orali, letterari ma soprattutto visivi, la cui funzione sembra essere quella di trasformare ogni elemento della vita umana in un’astrazione formale, cui si attribuisce di volta in volta un significato culturale più ampio. Questo processo, attuato da un’industria dell’intrattenimento sempre più espansa, come ricordava Eco, mette al posto dei simboli universali della cultura tradizionale, dei simboli soggettivi legati alla cultura popolare. Ciò genera delle nuove mitologie specifiche della modernità. Il calcio, in Italia, è una di queste. Più volte, e da più parti, il gioco del pallone è stato sovraccaricato di strutture simboliche che legano le identità dei singoli club direttamente alle identità politico-sociali delle città che essi rappresentano. Fino ad arrivare alla costruzione, conseguente, di un legame fra la nazionale di calcio e l’identità della nazione Italia.

Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda è un ritratto senza precedenti di Pablito

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Il documentario Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda di Gianluca Fellini e Michela Scolari non si sottrae a questo tipo di processo di mitizzazione, ma anzi lo asseconda in pieno, fornendo un aggiornato esempio di quello che Károly Kerényi chiamava tecnicizzazione del mito. Ovvero partendo dalle immagini di un mito primigenio, quello del calcio appena descritto, vengono offerte delle nuove immagini, filmiche, che assumono un significato politico.
La vicenda narrata è quella umana e calcistica dell’attaccante Paolo Rossi: un ragazzino di Santa Lucia, frazione di Prato, che inizia a giocare a nove anni nel Santa Lucia e non si ferma più fino a diventare professionista, passando per il Vicenza, la Juventus e soprattutto per la nazionale italiana. Quella stessa nazionale che nel 1982 sconfisse la Germania e divenne campione del mondo. La vita di Rossi viene raccontata soprattutto attraverso le luci, mentre le ombre vengono tralasciate. Il film usa il linguaggio classico del documentario, alternando interviste e filmati d’epoca. In chiusura e apertura vi è anche una ricostruzione di fiction, in cui alcuni bambini giocano a calcio per strada. Non vi sono sperimentazioni, né guizzi di regia. Il tutto è funzionale a costruire la narrazione di una parabola umana, in cui un ragazzino di umili origini, grazie al duro lavoro e alla passione per lo sport diventa un campione, in grado di portare l’Italia a vincere i mondiali. Attraverso dunque la rappresentazione eroica di Rossi, inquadrato sempre in primi e primissimi piani, con forti contrasti caravaggeschi e l’utilizzo della costruzione di uno scontro simbolico fra immagini a colori, di gioia e gioco, della partita dei mondiali e quelle in bianco e nero di un’Italia cupa, preda di tumulti politici e stragi, viene riaffermato il mito del calcio. Lo sport nazionale appare come l’unico sistema meritocratico all’interno di una democrazia non perfetta, assediata da estremismi politici e sperequazioni sociali. Ogni accenno al calciomercato e allo scandalo del Totonero (scandalo che colpì anche Rossi) viene ridimensionato. Tutte le problematicità di un entertainment che muove capitali ingenti e interessi di varia natura, vengono riportate a una presunta corruzione del sistema calcistico moderno, messo in opposizione a quello da cui provenivano Rossi e altri campioni intervistati, come Pelé e Maradona. Questa strategia discorsiva di Fellini e Scolari è funzionale per ricreare il mito di un’età dell’oro, una specie di Arcadia del calcio. In un simile tempo mitico tutto era più semplice e puro, secondo il sottotesto del documentario. Poteva accadere che la vittoria ai mondiali del 1982 divenisse simbolo concreto e tangibile di una vittoria dell’Italia, intesa come sistema economico e sociale, nei confronti delle istanze di cambiamento politico che l’avevano minacciata negli anni settanta.

La macchina mitopoietica del cinema è dunque utilizzata per creare un’immagine di un mondo passato, puro e incentrato su valori quali lo spirito patriottico e l’unità sotto la bandiera (della) nazionale. Lo fa attraverso la biografia idealizzata di un atleta, reso avatar nazional-popolare – Paolo Rossi, Pablito – che spinge lo spettatore a riconoscersi in quei valori. Quel che risulta più inquietante in tale discorso è la riduzione di tutte le battaglie politiche portate avanti negli anni settanta, entro un unico calderone caotico fatto di violenza, dove eversione nera e stragi di Stato sono assimilabili alla lotta armata di sinistra – esemplificativo a riguardo è il “lapsus freudiano”, per cui un commento a un filmato di repertorio definisce le B.R. un gruppo di ultradestra.
In definitiva, questo lavoro più che una biografia appare come un’agiografia che cerca di restituire una visione del mondo semplificata. Una visione basata sul vieto dogma di fede neoliberista, secondo il quale per riuscire nella vita, basta credere in sé stessi e nel proprio paese. Cioè il mito moderno della meritocrazia che, a livello globale, si è imposto nell’industria dell’intrattenimento proprio dopo gli anni settanta e che cerca di nascondere tutte le iniquità e crudeltà sociali generate dal libero mercato, all’interno di narrazioni fortemente spettacolari, siano esse i grandi blockbuster hollywoodiani o appunto il calcio-spettacolo italiano.

Regia - 2.5
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 3
Sonoro - 3
Emozione - 2.5

2.6