Oslo: recensione del film TV prodotto da Steven Spielberg

Oslo di Bartlett Sher è quasi un analisi storica degli accordi tra Palestina e Israele, dove spicca la bravura di Ruth Wilson e Andrew Scott.

Su Sky Cinema 1 e NOW arriva Oslo il film tv prodotto da Steven Spielberg per la HBO. Diretto da Bartlett Sher, la pellicola è un adattamento dell’omonima pièce teatrale di J. T. Rogers, a sua volta basata sui reali fatti che hanno portato agli accordi tra Israele e OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) nel 1993, e alla creazione dello Stato di Israele. Protagonisti di questa storia Ruth Wilson (Jane Eyre, Luther, The Affair) e Andrew Scott (Sherlock, Fleabag, 1917). La coppia ha lavorato recentemente insieme in His Dark Materials, e precedentemente in Locke. La chimica tra i due è eccezionale, ed in grado di valorizzare le doti attoriali di entrambe. Protagonisti, osservatori, architetti di un capitolo importantissimo della storia moderna.

Non tutto è impeccabile, molto poggia sui due protagonisti, e il racconto non brilla per momenti di tensione. Quella di Oslo è una forma di racconto a linea retta, senza digressioni o enfasi sentimentali. La storia è quella degli accordi, essi stessi un personaggio in divenire durante il film. Prendono forma, cadono, si rialzano e mutano come un bambino durante la crescita. Bartlett Sher rimane sulla sceneggiatura di Rogers, al soggetto iniziale senza mai allontanarsene. Tratto che può esser visto sia come pregio che come difetto. Se da una parte Sher non si abbarbica in situazioni altre che possano minare il film, dall’altra si ferma all’essenziale. Detto ciò, Oslo è comunque un buon film, un testamento cinematografico su una storia sì conosciuta, ma nel suo atto finale, in quella stretta di mano davanti all’allora presidente degli Stati Uniti D’America Bill Clinton. J. T. Rogers va oltre il velo da copertina, e ci racconta la storia che ha condotto a quel momento.

Oslo: la storia straordinaria di Mona Juul e Terje Rød-Larsen

Oslo - Cinematographe.it

Basato su fatti reali, Oslo segue la coppia norvegese che ha facilitato i colloqui non ufficiali tra un piccolo gruppo della OLP e rappresentanti israeliani per risolvere il conflitto tra le due nazioni. Protagonisti di questa impresa sono Mona Juul (Ruth Wilson) e Terje Rød-Larsen (Andrew Scott); moglie e marito. Tra incomprensioni e cicatrici vecchie come il tempo, gli intellettuali israeliani si siedono allo stesso tavolo dei ministri palestinesi esiliati a Tunisi. Dopo mesi di trattative, sotterfugi e nomi in codice il trattato prenderà vita.

Questi non rappresenterà la fine della guerra, ma una piccola grande base da cui partire. Perché, come dice Mona Juul alla fine del film: “un processo verso un trattato di pace tra Israele e Giordania. Eppure, stanno giungendo obbiezioni a questo processo. Gli sforzi profusi dai popoli per superare il proprio odio si scontrano sempre con la strenua resistenza di qualcuno. Ma qualunque errore sia stato commesso, qualsiasi evento sia stato scatenato involontariamente, credo sia valsa la pena di creare questo canale. Perché se non ci sediamo davanti ai nostri nemici e non li ascoltiamo, e non li vediamo come esseri umani, cosa ne sarà di noi?”. Una frase che racchiude un film, una storia; la nostra storia.

Oslo: una storia vera tra film, materiale d’archivio e pièce teatrale

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Oslo si dimostra fin dà subito un ibrido. Da una parte abbiamo immagini di repertorio pure, dall’altra rimontate per l’inserimento degli attori protagonisti. Il corpus è tutto filmico, cadenzato da date, nomi e ruoli in un taglio quasi teatrale. Gli spazi e i personaggi si muovono come in palco scenico, entrando e uscendo dalla scena. La camera di Sher si prende però il suo spazio, con movimenti di macchina ben riusciti. Lo zoom come la carrellata dona enfasi alle parole, accentua la figura di uomini e donne. Se da una parte non conosciamo a fondo i personaggi, lo schermo piatto gli dona comunque spessore, tridimensionalità. Questo grazie anche alle capacità attoriali del cast, che con sguardi e movenze raccontano più di mille parole. Però, come dicevamo prima sembra mancare qualcosa, la parte emotiva e sentimentale tra i due protagonisti. Il matrimonio tra Mona e Terje non viene mai menzionato, osservato, sviscerato. Rogers e Sher quasi ripudiamo l’intimità tra i due, come se questo potesse portare il film da un’altra parte, e così perdersi.

Ma la storia è quella, è scritta nei libri, nelle immagini, nel tempo. Ci viene raccontata da ambo le parti, ognuna con i propri peccati, ognuna con le proprie ragioni; non sarebbe neanche questa la sede giusta per parlare del conflitto tra Israele e Palestina. Ciò che possiamo fare noi è dare un giudizio ad un’opera il cui intento è stato quello di raccontare un’idea, una visione e forse un’utopia. Uomini e donne che si stringono la mano dopo decenni di odio, guerre e morti. La strada per la pace è lastricata di cadaveri, compromessi e promesse mai mantenute. Il messaggio che Juul ci lascia è uno, e uno soltanto: bisogna sempre provare, tentare, anche quando qualcosa ci sembra impossibile. E allora Oslo raggiunge il suo scopo, non pienamente, non perfettamente, ma lo fa con una formula quasi didattica.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3
Recitazione - 4
Sonoro - 3.5
Emozione - 3

3.4