Necropolis – La città dei morti: recensione

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Notando dalle ultime produzioni il trend degli horror, dove a farla da padrone erano noia a non finire e jump scares gratutiti, dobbiamo ammettere che finalmente si è sentita una ventata di aria fresca: originalità e un pizzico di stravaganza sono stati l’ingrediente di Necropolis – La città dei morti. Niente di clamorosamente rivoluzionario, sia chiaro, ma almeno c’è stata la volontà di cambiare e dare una piccola scossa al genere. John Erick Dowdle è il regista, noto forse ai fan accaniti del brivido per aver diretto film come Quarantine del 2008 e Devil del 2010, dei quali sinceramente parlando non si ha un bel ricordo. Andando ad analizzare la trama di questo titolo, notiamo subito che il cliché della videocamera amatoriale, ormai onnipresente come papà Paranormal Activity ha insegnato, esiste ma è gestito in maniera differente. Interessante è l’utilizzo del fish eye, presente nelle extreme cam, che dà quel tocco di homemade davvero accattivante ai viaggiatori del sottosuolo.

La trama non è delle più complesse, ma riesce comunque ad attirare l’attenzione dello spettatore: una ricercatrice, a metà tra Indiana Jones e Nathan Drake di Uncharted, è alla ricerca di un prezioso artefatto chiamato la pietra filosofale. No, aspettate, non è il primo episodio di Harry Potter, anche se l’assunto lo lascia pensare parecchio. Nel film si parla di un certo Nicolas Flamel che creò questa pietra dai poteri miracolosi e che venne nascosta nei meandri della Terra. La ricerca porta la protagonista, attorniata da un gruppo di fanatici e cercatori di tesori, ad addentrarvisi, in particolare sotto le strade di Parigi. Nelle catacombe, ogni membro del team andrà incontro alle sue paure più recondite, affrontando situazioni ai limiti della normalità.

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Originariamente intitolato As above, so belove (Come sopra, così sotto), il film è un viaggio alla scoperta degli orrori che vivono sepolti nel nostro inconscio, è una prova continua, una catàbasi spirituale alla ricerca della verità, tant’è che nella pellicola sono presenti elementi che rimandano chiaramente alla Divina Commedia di Dante Alighieri, come la scritta “Perdete ogni speranza o voi che entrate”. Lo sviluppo della trama è alquanto armonioso e la caratterizzazione di ogni singolo personaggio è affrontata scrupolosamente. Il difetto forse più evidente è una certa fretta nell’arrivare ai titoli di coda come se a un tratto fossero finite le idee. Gli ultimi 20 minuti sono un maglione un pochino stretto rispetto alla stazza di una pellicola così ben articolata, che meritava sicuramente un finale più sinuoso e spinto. Ma tutto sommato ci potremmo anche accontentare di quanto visto. L’horror di per sé è forse il genere più complesso da rappresentare e dobbiamo dire che John Erick Dowdle è stato all’altezza delle aspettative. Ben fatto.

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