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Questo è ciò che recita il segmento introduttivo di Munich, film diretto da Steven Spielberg e tratto dalle pagine di Vendetta, romanzo-inchiesta di George Jonas che cerca di ricostruire i fatti con la maggior aderenza possibile alla realtà.

In occasione delle Olimpiadi estive del 1972, che si tennero a Monaco, un commando dell’organizzazione palestinese Settembre Nero irrompe negli alloggi del villaggio olimpico e uccide due atleti della squadra israeliana, prendendo in ostaggio altri nove sportivi. Il Mossad risponde a nome di Israele con il concepimento e l’immediata attuazione dell’Operazione Collera di Dio, missione clandestina con cui si giustiziano sei presunti militanti dell’OLP, colpevoli dell’attentato terroristico.

Munich, Cinematographe.it

Munich: un film tratto dal romanzo-inchiesta di George Jonas

Malgrado la verosimiglianza di quanto narrato nei capitoli e nonostante gli sforzi compiuti nel tentativo di attenersi il più possibile ai dati storici, la pubblicazione del lavoro di Jonas destò, nel 1984, non poco scalpore e sollevò accese critiche che arrivarono persino ad agitare “le acque” dei territori dei servizi segreti israeliani. E deve esserci un denominatore comune fra le reazioni negative che seguirono la sua opera e quella, direttamente dipendente, del regista di Cincinnati, che nell’anno seguente al film ricevette sei candidature agli Oscar – oltre alle tre nomination ai Golden Globes – non aggiudicandosene neanche una, neppure nell’ambito tecnico. Difficile credere che in questa apparente distrazione non abbiano avuto peso le considerazioni con cui il protagonista di Munich, Avner (interpretato da un Eric Bana al massimo della sua forma attoriale), determina il senso stesso del film, mettendo sovente in discussione l’operato della sua stessa squadra e arrivando, dunque, a dubitare dello stesso Stato di Israele e delle ragioni con cui perpetua la spirale di violenza cominciata con il tragico episodio di Monaco.

Difficile credere che non abbia avuto rilevanza lo sguardo individuale e intimo del personaggio attraverso cui sono percepiti gli avvenimenti, che, sebbene storici, vengono trasmutati in un’esperienza diretta e dolorosa, non più viziata e raggelata dalla lente dei mass media (per la prima volta narratori di un episodio di terrorismo di tale portata).
La prospettiva è quella di un uomo portato a parlare e agire per conto di un’organizzazione (e, di riflesso, per conto di uno Stato), ridotto alla forma di pedina, rimpicciolito alla piccola parte di un tutto, di un “pezzo” che in un rompicapo così grande, articolato e riservato non è certo autorizzato, né destinato, a comprenderne anche le ragioni – il finale chiude il film con lo spiraglio di una verità che, comunque, rimarrà inaccessibile e remota.

Munich, Cinematographe.it

Il Mossad e il paradosso della politica

Munich si colloca in uno spazio ben preciso all’interno della filmografia di Steven Spielberg, perché sorge nel mezzo di una schiera di blockbuster (La guerra dei mondi, 2005) o, comunque, di film dall’alto o altissimo appeal commerciale che lo seguono (il quarto capitolo di Indiana Jones e Le avventure di Tintin) o precedono (The Terminal, Prova a prendermi). Se si ripercorre a ritroso il percorso filmico del regista, inoltre, è subito evidente che risale a ben dodici anni prima Schindler’s List, l’opera più attinente non solo per la sua natura di ricostruzione storica, ma soprattutto per la marcatezza del suo impegno politico e direttamente collegata a Munich attraverso un filo tematico che delinea a seconda del diverso contesto due episodi connessi alla Shoah. La decisione del primo ministro israeliano Golda Meir, in Munich, consiste nel vendicare i primi ebrei assassinati su territorio tedesco dopo la Shoah. Ed è su questa premessa, infatti, che Spielberg edifica un’importante e autorevole critica alla legge del taglione secondo cui il Mossad agisce non solo autogiustificandosi sul piano morale – “occhio per occhio” con il fine di proteggere tutta la popolazione – ma anche sovrapponendo l’importanza dell’opinione pubblica a quella dell’integrità fisica e psicologica del singolo, cadendo nel paradosso tipico di quei giochi politici in cui l’incolumità degli innocenti non è affatto un elemento di primaria importanza.

Munich, Cinematographe.it

La straordinaria regia e la versatilità di Spielberg

Spielberg non fa parte di quei registi che alla serietà e a un “senso di reponsabilità” derivante dalla tematica preminente fanno corrispondere anche un’austerità di forma e di messa in scena. Sembra, anzi, a proprio agio con gli elementi del genere spionistico che compenetrano tutta la prima metà del film, e quindi utilizza al meglio strumenti che in realtà sono poco usuali nel suo stile di regia, ma in grado di conferire dinamicità al racconto e particolarmente adatti al tipo di film (per esempio gli zoom a diverse lunghezze focali, che richiamano lo spionaggio degli anni settanta), amalgamandoli con scelte invece del tutto conformi al suo gusto (una spiccata profondità di campo che evidenzia le splendide scenografie in interni ed esterni, nonché le location scelte per rappresentare le capitali europee). Altro ritorno, segno distintivo del cinema di Spielberg dagli anni novanta a oggi, è la fotografia del fidato Janusz Kaminski, che stavolta si eleva allo zenit della sua bellezza estetica, facendo ampio ed elegante uso della luce diffusa e di ombre morbidissime, variando abilmente la gamma di colori a seconda della città riprodotta.

Munich, Cinematographe.it

La versatilità che Spielberg dimostra di possedere come regista (non una novità) si riflette qui anche sul piano contenutistico, a dimostrazione di come essere un “autore d’immagini” sia qualcosa di ben più arduo e complesso che limitarsi a raggruppare le proprie opere sotto una ricorrenza sistematica di temi e stili. Significa, anzi, saper variare, sperimentare nel proprio campo tecnico (pare che il regista stesso fosse dapprima restìo a utilizzare lo zoom, e lo fece solo su consiglio di Kaminski), preservando sempre il proprio sguardo, permettendo al proprio bagaglio culturale di influenzare l’opera, ma allo stesso tempo dimostrando di saper affrontare la narrazione di storie differenti e che necessitino di un tocco sempre personalizzato.

Munich rappresenta un’opera cardine da questo punto di vista, perché anche sul piano concettuale Spielberg si rinnova, affrontando una materia cara, già esplorata in precedenza, e rendendola problematica con una connotazione filosofica accentuata. Dove iniziano la guerra “giusta” e la guerra “sbagliata”, e come è stato stabilito il complesso di norme che determinano la risposta? Fino a che punto potrei e dovrei io, individuo solo, battermi per cambiare questo sistema senza annullare la mia identità o senza pagare in altri modi il contrappasso di questa scelta? In Munich  si mette in crisi un sistema di convinzioni e informazioni dato per assodato, soprattutto in un occidente distante dal cuore del problema, in cui è spesso scarsa la conoscenza di alcuni meccanismi politici. Lo fa appoggiandosi a un romanzo preesistente e dalle connotazioni complesse ed equivoche, senza cadere nell’infidia del didascalismo (tranello in cui siamo caduti noi stilando quelle domande) o della retorica, assumendosi una grandissima responsabilità e uscendone vincente, anche solo per il suo coraggio.

Munich è disponibile su Netflix.

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