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Dejan, un giovane di 28 anni, “intrappolato” nella casa dei genitori con la madre ed un uomo anziano, spesso ubriaco, che potrebbe essere suo padre. Dejan è timido, insicuro ma anche violento quando si sente inadatto, quindi spesso, per non dire sempre, e forse, anche a causa del padre e della madre fin troppo presente, è ancora vergine. Racconta questo Moj Jutarnji Smeh (Le mie risate mattutine/My Morning Laughter), opera prima del regista serbo Marko Djordjević che ha vinto il Grand Prix al 25° Festival del film d’autore di Belgrado, e che dal 21 al 31 gennaio 2021 partecipa, nella sezione lungometraggi, al Trieste Film Festival.

Moj Jutarnji Smeh: Dejan, un bambino nel corpo di un uomo

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Lo si capisce subito, fin dai primi minuti, Dejan è un bambino nel corpo, grande e grosso, di un uomo: è spesso incapace di realizzare anche le cose più piccole, quelle quotidiane. Deve prepararsi un uovo per colazione prima di andare “a scuola” – non si dice mai che va al lavoro -, come se fosse lui lo studente e non l’insegnante (supplente) e, a causa di quell’uomo (figura paterna) che lo guarda sbaglia tutto, rovina l’uovo. Preso dalla rabbia dà un pugno alla porta e si ferisce con il vetro, neanche ora è capace di risolvere ciò che ha fatto e chiama la madre che deve tornare a casa per medicarlo. Il giovane è quasi muto, parla poco, guarda il mondo con paura, spaesamento, a tratti desiderio ma è tutto ingabbiato in quel corpo e tra quelle mura in cui (si) è rinchiuso.

Djordjević racconta la crescita di Dejan con realismo e con delicatezza, entrando con rispetto nel piccolo mondo dei suoi protagonisti: il giovane viene portato dalla madre da un indovino (Nebojša Glogovac) che leggendo i fondi del caffè cerca di smuovere il suo cliente con delle domande che lo imbarazzano.

Perché non hai la fidanzata? […] Provi desiderio sessuale? […] Quanto spesso ti tocchi?

Dejan si mette le mani sul volto, guarda a terra, è in imbarazzo, non sa cosa rispondere, non si sente di rispondere e lo spettatore è lì, assiste impotente a quell’incontro e cresce la tenerezza per il ragazzo e il fastidio per quell’uomo che le sue parole colpisce. Esamina la vita del ventottenne con alcuni cliché sessisti: “sei un viziato. […] Sei una femminuccia dentro”, come se l’uomo non possa essere fragile, sensibile, come se solo la donna sia portatrice di vizio e fragilità. Eppure l’indovino analizza la storia bene: da una parte c’è lui che si è abbarbicato su sua madre per non rischiare, dall’altra parte c’è lei che cresce ancora suo figlio come se fosse un bambino e non un uomo di quasi trent’anni; a entrambi manca qualcosa, entrambi non hanno il coraggio, vivono nella paura.

Moj Jutarnji Smeh: un incontro può aiutare a crescere

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Per Dejan cambia tutto quando una collega, Kaća (Ivana Vuković), lo chiama per avere un aiuto: sta male e ha bisogno che lui le dia una mano. Quella giovane donna, piegata in due dai dolori alla schiena che si propagano lungo tutto il corpo, smuove in lui qualcosa, il desiderio – ha un’erezione nel momento in cui massaggia Kaća -, la voglia di cambiare e diventare indipendente – pensa di andare a vivere fuori casa – e proprio grazie a quella ragazza dolce e timida, tanto quanto lui, Dejan a poco a poco cresce. Djordjević racconta le cose più semplici, la noia del quotidiano, le difficoltà del vivere, del capirsi e del dialogare con sé stessi e il suo occhio cinematografico segue e sostiene questa lentezza. La macchina da presa è abbastanza vicina da essere in grado di registrare dialoghi, momenti ma mai così tanto da infrangere l’intimità dei personaggi che riescono a mantenere il loro piccolo universo intatto, “privato”. Le scene sono lunghissime a fissare porte chiuse, ad osservare due persone che parlano, il gelo del paesaggio, lì i personaggi vagano all’interno di quelle pareti, entrano ed escono dalla cornice, le conversazioni sono quasi inconsistenti e invece dicono il necessario, le stanze sembrano sempre troppo piccole per contenere tutti i sentimenti e i risentimenti dolorosi.

Moj Jutarnji Smeh: un racconto intimo e delicato

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L’incontro tra Dejan e Kaća apre la voragine nel giovane e quel ragazzo così a disagio con il proprio corpo, nella sua pelle, accartocciato su di sé, spesso inerte, goffo, inizia a prendere confidenza con sé stesso e con gli altri. Lui è pronto, può affrontare l’età adulta, può diventare un uomo e staccarsi da quella piccola casa le cui radici gli stanno togliendo aria e forza ed è quella donna a fargli capire che è arrivato il momento. Il sesso potrebbe essere ultimo passo o primo per spiccare il volo e l’atto viene ripreso e mostrato con verità e urgenza. Djordjević guarda all’unione tra i due giovani in modo intimo e rispettoso. In una delle scene più importanti del film la macchina da presa è ai piedi del letto, pudica e delicata, i corpi sono tagliati, come se l’occhio cinematografico fosse fisso e i personaggi abitassero la scena al di là del mezzo. Il regista ci consegna il ritratto di chi è desideroso e impacciato, insicuro e bisognoso di sentire assieme all’altro.

Moj Jutarnji Smeh: un’opera prima che tocca nel profondo

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Moj Jutarnji Smeh è un film delicato e intenso che racconta la crescita e la maturazione del protagonista, è un’opera prima che colpisce per il suo iperrealismo e per la semplicità di una storia umana e profonda.