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Un film che adatta un testo impervio assume di conseguenza l’onere e l’onore, ma soprattutto la consapevolezza, di non riuscire a dispiegarsi a chiunque scelga di approcciarvici o, perlomeno, tentare di mettere in discussione la propria capacità di attenzione. Lo sa bene Cristi Puiu (Sieranevada, La morte del signor Lazarescu), autore e vigoroso pioniere della New Wave Romena, che con la sua (è proprio il caso di dirlo) ultima fatica, sceglie deliberatamente l’adattamento di uno dei filosofi russi più rigorosi, creativi e complessi dell’epoca moderna che hanno osato indagare i misteri dell’esperienza mistica e della poesia, della religione e del simbolico. Malmkrog, presentato all’interno della sezione Fuori dagli Sche(r)mi del 32esimo Trieste Film Festival, è la rappresentazione in forma cinematografica de I tre dialoghi e il racconto dell’anticristo di Vladimir Soloviev, pensatore ed esponente russo critico al razionalismo occidentale dell’800 profetico ed estremamente moderno. La lucidità della sua riflessione sull’occidente si scaglia secoli dopo in un film verboso e riflessivo, respingente e simmetrico, cerebrale e rigorosissimo.

Malmkrog: la dialettica al centro di una visione (non più) comune

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In una tenuta di campagna alle porte di Malmkrog (nome tedesco del villaggio Malancrav in Transilvania), il colonnello Nikolai apre le porte della sua dimora sita in un paesaggio algido e innevato ad un gruppo di amici in occasione delle celebrazioni natalizie. Allettato e bisognoso di costanti cure per mangiare e vestirsi, il ricco proprietario terriero lascia che siano gli ospiti a dar vita alla casa tra giochi di società, pranzi e cene luculliane. Gli invitati, tra i quali un politico, una giovane contessa, un generale russo e sua moglie, nel costante intrattenersi con dialoghi e riflessioni, confronti e ragionamenti affrontano temi ostici e universali quali il Bene e il Male, la ragione e la coscienza, la pace e l’arte della guerra, la Bibbia e l’anticristo, l’intelletto e la coscienza, la morale e l’educazione. Man mano che il tempo passa e il sole tramonta, il confronto lascerà lo spazio alle diversità e gli ospiti tutti realizzeranno che il pensiero ritenuto sinora condiviso in realtà è sempre più differente e i punti di vista si ramificheranno in molteplici visioni del mondo.

C’è la parola ma c’è anche tanto cinema in un film che fa della simmetria e dell’apparente immobilità la sua cifra stilistica e simbolica

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Pensato come un simposio platonico e realizzato con una messa in scena di forte impronta teatrale, Malmkrog è suddiviso in sei capitoli, cinque dei quali intitolati ai nomi degli ospiti e uno (il secondo) al rigido maggiordomo della proprietà Istvàn. Asciugando al massimo l’azione, Puiu alterna il montaggio interno delle lunghe inquadrature immobili dei dialoghi in francese nella vasta sala da pranzo (spesso confinando la voce degli interlocutori al fuori campo) tra candelabri, quadri e legni pregiati, a quelle altrettanto lunghe e ripetute dei piani sequenza. Uno sguardo neutro su un’apparente immobilità ma estremamente attento a seguire il via vai degli inservienti in costante entrata e uscita di scena, da porte, sale da pranzo e camere che molto spesso fungono da quinte teatrali. C’è un dentro e c’è un fuori, un prima e un dopo, una successione degli eventi anti cronologico mascherato dal broglio della vibrante luce solare nell’inondare gli ampi saloni e poi, nel lasciar spazio a quella più foca delle candele, all’ora del tè rigorosamente al samovar. È un dentro protetto dalla sua stessa dialettica rassicurante e benpensante di apparenti confronti dell’intellighenzia; e un fuori tensivo, minatorio, sempre all’erta. Al di là della dacia provengono le voci dei canti del coro natalizio, la corsa di una bambina richiamata a rientrare in fretta, ci sono gli spari (e gli schiaffi) che irrompono, deturpano, annichiliscono la piattezza diegetica di un film simmetrico, rigoroso, che d’improvviso si fa violento, straniante, un cupo presentimento sul futuro che rimane sospeso e irrisolto fino alla fine.

Non è il regista ad offrire il suo cinema ma è lo spettatore, nella sua consapevolezza, a sceglierlo

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Malmkrog è “un film sul cinema e la memoria”, lo ha definito il regista, che in 200 minuti non invita lo spettatore a godersi lo spettacolo, né di certo ammicca ad un cinema accessibile. Bensì è quest’ultimo a voler consapevolmente porre la sua scelta e la sua attenzione verso un’opera impegnativa ed elitaria (i cinefili e chi mira a film come Arca Russa di Sokurov forse godranno appieno della sua aura magnifica) che della sua impenetrabilità sceglie di farne cifra simbolica e di elevazione. Di Storia e Memoria, di parola e azione, di Dio e di umanità, di rare passioni e asettici sentimentalismi Malmkrog, e il suo (originale) autore Soloviev, è la lucida e folgorante premonizione sul nostro presente occidentale e sulla necessità di spezzare con un gesto assoluto, deflagrante, rivoltoso la monotonia e l’inconsistenza del pensiero (e della parola) comune.