Lucy: recensione

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Atteso come nemmeno il messia nelle sale cinematografiche, Lucy di Luc Besson è una splendida vetrina che, ahimè, regala poche concretezze. Circondato da un’aura di magnificenza già nelle settimane prima la sua uscita al cinema, il film con Scarlett Johansson nei panni di una donna super intelligente si è rivelato per la sua pochezza tramistica e le sue tante, tantissime forse anche troppe, idee sconclusionate racchiuse in circa 90 minuti di pellicola. D’accordo che le esigenze della major impongono spesso un diktat ai registi sulle tempistiche di direzione ma, nel caso di Lucy, non basterebbero 48 ore di pellicola per districare tutti i nodi tirati in ballo da Besson.

La trama è scontata: una ragazza semplice e indifesa di nome Lucy viene catturata da un gruppo di malviventi con lo scopo di renderla un “nudo, crudo e sexy” contenitore di una potente droga sintetica. Durante una serie di percosse il pacco che le viene trapiantato nello stomaco si rompe facendo fuoriuscire tutto il suo contenuto. La droga non uccide la ragazza, anzi, la rende una sorta di Cyborg in carne ed ossa, con la possibilità di utilizzare il suo cervello molto di più rispetto al normale. Da qui in poi si susseguono una serie di inseguimenti, soffiate quasi comiche alla polizia e dialoghi lasciati inspiegabilmente in sospeso. Tutto questo splendido panorama contornato con elementi di Tarantinina memoria, scopiazzate da Kubrick ed affini e tanti rimandi alla cultura psicoanalitica di quasi mezzo secolo (vedasi Freud, Jung e Bergson). Quest’insieme è troppo grande per essere gestito tutto in una pellicola e alla fine, purtroppo ci troviamo davanti a troppa carne al fuoco e poca concretezza.

lucy

I dialoghi sono spesso eccessivamente semplici o innaturalmente elevati. Si passa troppo bruscamente all’interno della trama senza nemmeno fare un piccolo cappello introduttivo (quasi possiamo gridare al film “già iniziato”). Un’altra grande pecca è il doppiaggio della Johansson, ad inizio film quasi imbarazzante poi pian piano ha una ripresa, ma rimane comunque poco incisivo.Se parlassimo di forma e sostanza potremmo dire che Besson ci ha messo molta sostanza e pochissima forma: il risultato? Un ibrido scialbo e slegato, dal potenziale inaudito, ma enormemente inespresso. Una completa delusione su tutta la linea. Sfiora il 6.

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