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Liz Garbus, nota regista documentarista già candidata anche agli Oscar, esordisce con un film narrativo portando sullo schermo una storia vera di lotta e giustizia femminile. Lost Girls si rifà a un caso giudiziario che è salito alla ribalta delle cronache americane a partire dal 2010, divenendo uno dei casi irrisolti più famosi della storia recente statunitense. Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival del 2020 per poi essere distribuito da Netflix.

La regista e lo sceneggiatore Michael Werwie raccontano questa vicenda mettendo al centro la tenace lotta di Mari Gilbert, interpretata da una grande Amy Ryan, nota in primis per il suo ruolo in Gone Baby Gone che le valse la candidatura Oscar. La Gilbert è una madre di Ellenville, sola e divisa tra due lavori che svolge con ritmi oppressivi per arrivare alla fine del mese, con tre figlie, di cui una con problemi di schizofrenia e una data in affidamento. Proprio quest’ultima, Shannan, un giorno scompare. Nessuna risposta alle chiamate della sorella e il panico che inizia davvero a farsi strada nella famiglia quando la polizia rivela a Mari che Shannan aveva fatto una chiamata al 911 da Oak Beach la sera prima, dicendo che rischiava la vita. La polizia era però arrivata sul posto solo un’ora dopo e la ragazza non c’era più. Il caso è stato preso sottogamba dalle forze dell’ordine e le indagini si sono protratte solo grazie alla tenacia della madre, permettendo di scoprire casualmente vari corpi di ragazze nella medesima zona, iniziando così delineare l’esistenza di un serial killer di giovani donne legate al mondo della prostituzione.

Lost Girls non è un film originale ma trova la sua forza nel racconto di una lotta per la verità dipinta con onestà e realismo

Lost girls Cinematographe.it

Dal punto di vista cinematografico il film non presenta nessuna particolare peculiarità innovativa rispetto a lavori precedenti del medesimo filone, inserendosi in quello spazio a cavallo tra thriller e dramma, condito però dal racconto di una vicenda reale. La sua forza sta proprio nel modo in cui ci porta all’interno del caso poliziesco in questione e di come attraverso esso vengono messe a fuoco determinate storture della società americana. Garbus e Werwie evitano attentamente di cadere nella retorica dell’eroe monodimensionale contrapposto ad antagonisti universali, ed infatti i personaggi sono presentati con onestà e realismo – salvo qualche perdonabile semplificazione – cercando di non cedere agli stereotipi e alle categorizzazioni assolutistiche. Mari Gilbert non viene dipinta come una madre perfetta, vengono delineati i suoi limiti, le sue debolezze e le sue contraddizioni, tuttavia il racconto la mostra nella tenace e difficile lotta perseguita per la verità riguardo sua figlia e non solo. La sua ricerca diviene qualcosa di frustrante, che scuote le nostre coscienze e ci trasmette un senso di fastidio e impotenza che è proprio ciò a cui il messaggio di fondo del film vuole arrivare. La narrazione viene condotta con un ritmo ben sostenuto, mai frenetico, ma sempre volto alla costruzione di un’atmosfera sospesa tra speranza e angoscia, in un alone di mistero mescolato alla rabbia che pervade la protagonista e le altre donne al centro della storia.

Lost Girls è un inno femminista e un tributo ad una complessa lotta per la giustizia

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E son proprio le donne la vera forza motrice del film, Mari e le figlie, ma anche le altre madri e le altre ragazze, attiviste e disposte a rompere gli schemi per trovare la verità, contrapposte ad un mondo maschile che si ritrae e cerca di non destabilizzare un sistema stanco e stantio. Forse questa polarizzazione viene calcata in maniera eccessiva, ma non si può negare che la vicenda in questione sia un giusto tributo a tante donne che sono state considerate di serie b, sia in vita sia una volta morte, e ad altre che hanno cercato di lottare per una giustizia soffocata da un sistema distorto. Il personaggio maschile più complesso e di rilievo è quello del commissario Richard Dorman, interpretato da Gabriel Byrne, diviso tra una certa empatia verso Mari e lo spirito di corpo che lo porta a cercar di evitare il diffondersi di uno scandalo in merito alle evidenti mancanze della polizia, in vista anche del suo imminente pensionamento. Un insieme di luci e ombre che compongono un personaggio ben delineato nella sua morale oscillante e nella sua interiorità tormentata.

Senza divenire mai stucchevole e tantomeno pietista il film pronuncia un forte e chiaro j’accuse verso la giustizia statunitense, incapace – o meglio dire disinteressata – nel prendere le difese di donne emarginate o con difficoltà sociali. Una scelta narrativa non didascalica (e la cosa sorprende dato che parte da una documentarista) per raccontare un’ingiustizia e un lassismo, in cui polizia e media hanno accentuato fortemente il fatto che le ragazze fossero delle prostitute, come a giustificare per questo la scarsa necessità di porre rimedio al caso e trovarne la verità. Lost Girls diviene così un atto di denuncia sociale che punta il dito contro le autorità e contro un sistema che lascia sole tante donne, spingendole in una spirale drammatica, senza offrire alternative, marginalizzandole fino ad arrivare ad accusarle in maniera paradossale. L’indignazione per il torto e l’impotenza verso il muro di gomma contro cui va a sbattere la protagonista cresce di pari passo alla passione con cui lei, le figlie e le altre madri lottano strenuamente per una verità che sfugge alle loro possibilità.

Liz Garbus costruisce un film dal contenuto importante, scritto bene e retto da interpretazioni efficaci

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Amy Ryan fa un grande lavoro di immersione nella personalità di Mari Gilbert, dandole spessore, credibilità e intensità, così come risultano comprimari molto buoni la giovane Thomasin McKenzie – già vista in Jojo Rabbit – nei panni di una figlia alla ricerca di attenzioni e di una sorella alla ricerca della verità, e Gabriel Byrne, abile nel trasporre la sfaccettata moralità del poliziotto da lui interpretato. Le loro performance attoriali vanno così a sostenere il racconto e a donare ulteriore forza ad un film sincero. Lost Girls è dunque un’opera riuscita, nella sua capacità di raccontare con sensibilità le storture di una società ipocrita, facendolo senza moralismi e senza calcare mai in maniera eccessiva il tasto dell’emotività, mantenendo sempre uno stile diretto e onesto. Per il lavoro di Liz Garbus non conta tanto la ricerca dell’assassino in sé ma l’introspezione umana e il disegno sociologico che vi sta attorno. È un film che crea frustrazione, che lascia un velo di tristezza ma che smuove la coscienza, ponendo più domande che risposte, come però è giusto che sia nella messa a fuoco di una vicenda del genere. Per certi versi può ricordare Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, pur non avendone lo stesso spessore e la stessa carica formale e sostanziale, ma risultando comunque un film riuscito e significativo, meritevole di attenzione e diffusione.

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