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Spesso, in un mondo dinamico e in continua trasformazione come il nostro, dove il tempo è tiranno e la vita è frenetica, tutto quello che appartiene al nostro vissuto e ai nostri ricordi passa purtroppo in secondo piano. Questo lo notiamo sia su scala storica (la cancel culture in tal senso è un’estremizzazione di ciò), sociale e antropologica. Ma quanto valore e peso ha la memoria in una società dove sembra più importante il continuo divenire e l’evoluzione piuttosto che la rimembranza?

L’oro di Famiglia, il cortometraggio diretto e scritto da Emanuele Pisano, candidato ai David di Donatello di quest’anno, cerca proprio di esplorare la dimensione mnemonica che, all’interno della realizzazione, prende forma attraverso un mezzo specifico ovvero la fotografia. Le immagini hanno infatti il merito di immortalare per l’eternità persone, eventi, abbracci, sorrisi, gioie e dolori e in mancanza di esse, è come se il nostro passato fosse parzialmente dimenticato, travolto dal presente e dal futuro. Ecco la nostra recensione per voi della pellicola, distribuita da Pathos Distribution e già vincitrice di svariati premi.

L’oro di Famiglia: i ladri di ricordi

L'oro di Famiglia

Salvo (Francesco Marinelli) e il suo amico Fabrizio (Danilo Arena) sono due ladruncoli che, dopo un gran colpo in una lussuosa villa, tentano di sbarcare il lunario vendendo la refurtiva da un rigattiere. Racimolati pochi spiccioli, i due si soffermano su uno degli oggetti trafugati, ovvero un album di famiglia, placcato in argento, che porta inevitabilmente ad una riflessione intensa sull’importanza delle fotografie e sulla loro capacità di far vivere per sempre i ricordi.

La professione dei personaggi principali, come si evince nel corso del cortometraggio, è un semplice pretesto per ragionare su una tematica estremamente attuale e complessa. Il “tesoro” che la coppia riesce a sottrarre all’interno dell’abitazione, vero e proprio MacGuffin della vicenda, ha un potere molto particolare e quasi straniante, capace di scatenare non solo il necessario ed intenso dialogo tra i ladri (il reale motore della trama), ma anche di cambiare completamente registro stilistico e narrativo alla realizzazione.

L’oro di famiglia, proprio per questo motivo, sembra costituito da due parti che cercano di dialogare fra loro ma che sono profondamente diverse. L’album aggiunge quella connotazione favolistica, onirica che, oltre a dare dinamicità alla storia, è il mezzo attraverso il quale si scatena l’interiorità di Fabrizio. Salvo, dal canto suo, possedendo già memoria del suo passato viene toccato solo superficialmente, mentre il suo amico è colui che subisce e vive un cambiamento psicologico e personale in seguito all’importante scoperta del manufatto.

Ne consegue che l’unico personaggio effettivamente dinamico ed in evoluzione è Fabrizio che è privo di fotografie della propria infanzia e ne va alla ricerca con un ossessione manicale e disperata. Il ragazzo si spoglia della sua parte negativa e inizia un’odissea filosofica e spirituale per rintracciare il passato che non ricorda più, quasi avesse perso un pezzo di sé, della propria identità. Il suo sollievo finale, di cui non parleremo, lascia lo spettatore inebetito, inerme, di fronte ad una scelta dal peso notevole.

L’oro di Famiglia: un vago senso di incompletezza

L’oro di famiglia ha sicuramente il merito di portare alla luce una tematica molto profonda e per nulla scontata che è il valore della rimembranza, ma lo fa servendosi di un comparto contenutistico fin troppo romanzato e che stona incredibilmente con l’incipit della storia. Come anticipavamo poc’anzi, non è per nulla importante che i due personaggi principali siano ladri: ciò è contestuale e fornisce pezzi aggiuntivi di background alla coppia, ma cozza un po’ con il resto.

In questo la sceneggiatura, scarna e in alcuni tratti realmente invisibile, fornisce agli spettatori i giusti punti da ricollegare per comprendere il quadro generale della storia. La brevità e linearità del copione, d’altro canto, sono due strumenti realmente efficaci e muovono le fila del cortometraggio in maniera dignitosa, seppur frammentando per certi versi il messaggio vero e proprio che sembra privo di una risoluzione più chiara e tangibile.

Il senso di incompletezza evocato dallo script trova la sua parte anche nella macchina da presa. Come affermato anche dallo stesso regista, la regia è volutamente incerta, a tratti discontinua e caotica, proprio perché segue pedissequamente Fabrizio nella sua caccia della memoria. Anche se priva di virtuosismi o di soluzioni impattanti, l’occhio di Emanuele Pisano è accompagnato da una fotografia che ne risalta la tecnica ed estetica, regalando un quadro naturale e spontaneo della periferia romana, con un’attenzione particolare ai paesaggi.

I due attori protagonisti Danilo Arena (Fabrizio) e Francesco Marinelli (Salvo) non hanno purtroppo la possibilità di emergere appieno complice il minutaggio ridotto e il loro ruolo scarsamente attivo all’interno della storia. Quest’ultima soluzione consente a L’oro in famiglia di centrare il punto riflessivo e contenutistico dell’intera trama, tagliando parzialmente le gambe alla loro parte nella scena. Al di là di questo, le interpretazioni dei due artisti non sono memorabili e riconoscibili in maniera particolare, ma il loro talento non si discute.

L’oro di famiglia è un suggestivo scorcio narrativo che, in appena 14 minuti, sfida le più ardue leggi temporali per portare su schermo una riflessione moderna ed intensa sul valore dei ricordi e del passato e su quanto le foto abbiano un impatto considerevole sulla nostra esistenza. Lo scarso minutaggio, se da un lato consente di andare dritto al focus e all’obiettivo contenutistico, dall’altro lascia un po’ l’amaro in bocca, con un incompiutezza data dalla frammentarietà del racconto. La regia, infine, seppur non eccelsa, è accompagnata da una fotografia ricercata e metodica, di grande impronta visiva.