Lo Schiaccianoci in 3D: recensione

Se quella che ci si aspetta da Lo Schiaccianoci in 3D firmato Andrej Končalovskij è la tradizionale favola dello Schiaccianoci, più e più volte riproposta in svariati e differenti adattamenti teatrali e cinematografici e ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo di grandi e piccini, si rischia di rimanere profondamente delusi dall’anticonvenzionale opera proposta dal regista russo ambientata nelle atmosfere natalizie della Vienna degli anni ’20, che ben poco conserva dell’amato balletto musicato da Čajkovskij e coreografato da Marius Petipa, recuperando invece alcuni tra gli elementi più oscuri e tetri del fiabesco racconto originale Lo schiaccianoci e il Re dei topi di E.T.A. Hoffmann, modello principale del più famoso balletto russo. La versione proposta dal già regista di Maria’s Lovers e A trenta secondi dalla fine, è un irriconoscibile racconto dalle forti sfumature dark, caratterizzato da grigie e cupe atmosfere tipiche della favola rivisitata e riadattata in chiave gotica, per mostrare che “la realtà è solo un’illusione”, e che soltanto chi possiede una sconfinata immaginazione può davvero comprenderla e migliorarla.

Una scena del film.
Una scena del film.

Fervida immaginazione e capacità di viaggiare con la fantasia sicuramente non mancano alla piccola Mary (Elle Fanning), il cui unico vero desiderio è il poter credere che tutto possa accadere, che ciò che ci si immagina possa trasformarsi in realtà; ed è proprio ciò che avviene nella notte più magica dell’anno, quando la piccola riceve la visita dello stravagante zio Albert (Nathan Lane)che, con surreali storie e i bizzarri regali, trova il modo di rallegrare il natale della bambina. Tra gli stravaganti e inconsueti oggetti portati dallo zio, spicca N.C, uno schiaccianoci giocattolo in legno dalle fattezze di un soldatino napoleonico, destinato a cambiare per sempre la vita della piccola Mary. Durante la notte, come per magia, lo schiaccianoci prende vita, “può muoversi pensare ed agire”, e trascina Mary in un mondo incantato in cui tutti gli oggetti inanimati hanno in realtà una propria vita, svelandogli la sua vera natura di principe imprigionato dal sortilegio della terribile regina dei Topi nel legnoso corpo di uno schiaccianoci. Ben presto però, quello che sembra essere un mondo magico, spensierato ed idilliaco, si rivela gravemente minacciato da una continua guerra tra umani e Topi capeggiati dal perfido re (John Turturro), che potrà essere fermata solamente con il prezioso aiuto della piccola Mary.

Lo Schiaccianoci di Končalovskij è il risultato di una (quasi) bilanciata commistione di elementi che magicamente rievocano le calde e familiari atmosfere della tradizionale favola nota al pubblico, e le più cupe e moderne ambientazioni realizzate grazie al fondamentale apporto della computer graphic e della moderna tecnologia 3D, racchiudendo al proprio interno una studiata sintesi di situazioni fantastiche e personaggi incantati chiaramente appartenenti al genere Fantasy e coloriti intermezzi musicali  impreziositi dagli arrangiamenti della tradizionale melodia di Čajkovskij, purtroppo, maldestramente tradotti in lingua italiana, ma pur sempre in grado di trasportare lo spettatore in un avventuroso viaggio incantato in un surreale mondo meraviglioso il cui unico limite è la propria fantasia, in cui tutto è possibile se solo ci si crede.

La piccola Mary (Elle Fanning) e lo schiaccianoci in una scena del film.
La piccola Mary (Elle Fanning) e lo schiaccianoci in una scena del film.

Ciò che immediatamente salta all’occhio di un pubblico più adulto, sono gli sporadici riferimenti storici, culturali ed artistici disseminati nel tessuto stesso della narrazione, perfettamente incarnati e portati alla luce dalla caratterizzazione stessa dei personaggi; come non associare il malvagio e canterino re dei topi impersonato da un quasi irriconoscibile Turturro, all’icona della Pop Art Andy Worhol, o lo stravagante zio Albert che altri non è se non Albert Einstein in persona, o addirittura lo schiaccianoci stesso, il cui abbigliamento allude alla figura del condottiero Napoleone. L’intera storia è inoltre permeata da una continua e forte allusione politica, che chiaramente emerge dal comportamento, dal modo di fare dei topi stessi, il cui regime dispotico e tentativo di “rattizzazione” della società umana rimanda direttamente alle persecuzioni naziste del regime hitleriano. I forti riferimenti storici, sociali e politici non vengono certamente risparmiati dal regista russo e, se da una parte nobilitano, arricchiscono ed elevano la narrazione, rendendola una sorta di unicum rispetto alle passate rivisitazioni dell’opera stessa, dall’altra rischiano di risultare di difficile comprensione per un pubblico più giovane che apprezzerà fortemente l’atmosfera fatata e l’ambientazione fiabesca, ma rimarrà probabilmente confuso per non dire addirittura spaventato dai risvolti gotici della trama e dalla continua allusione alla realtà storica passata.

Il malvagio re dei topi (John Turturro) in una scena del film.
Il malvagio re dei topi (John Turturro) in una scena del film.

L’idea di trasformare una della favole di Natale più tradizionali, conosciute e apprezzate al mondo in un’opera più adulta, complessa e articolata, è sicuramente da lodare, ma  il risultato finale non rispecchia quelle che probabilmente erano le aspettative iniziali, suggerendo continuamente la sensazione di aver osato troppo, di aver messo troppa carne al fuoco, e trasformando, con il procedere della narrazione, quello che in principio era un viaggio incantato, in una fantasia che sfocia quasi nell’incubo. Nel complesso, nonostante i profondi stravolgimenti, il messaggio resta lo stesso, un profondo e spassionato invito a guardare oltre la semplice apparenza delle cose, abbandonare la rigidità e la superficialità per lasciarci completamente trasportare dalla fantasia e dall’immaginazione, così come i bambini sanno fare.

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