Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato: recensione

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A tre giorni dalla World Premiere Londinese de Lo Hobbit – La Battaglia delle Cinque Armate, che trasmetteremo in diretta, vogliamo ripercorrere il cammino cominciato con Un viaggio Inaspettato recensendo i due capitoli precedenti della trilogia Jacksoniana.

A circa dieci anni da Il Ritorno del Re, ultimo capitolo della trilogia de Il Signore degli Anelli, sono arrivate le prime notizie riguardanti il progetto cinematografico che avrebbe portato sugli schermi Lo Hobbit, romanzo di J.R.R. Tolkien, i cui avvenimenti avrebbero preceduto la trilogia famosissima. Intorno al 2010, dopo l’abbandono di Guillermo Del Toro dalla direzione dei due film in programma, abbiamo visto subentrare al comando (nuovamente) Peter Jackson. E qui, un altro cambiamento importante: si passa da due film a tre.

Gandalf e Bilbo.
Gandalf e Bilbo.

L’idea di suddividere un romanzo decisamente meno corposo da uno come The Lord Of The Rings non è stata condivisa da molti ed ha portato uno scetticismo generale che è stato, in un certo senso, dissipato dall’uscita nelle sale di Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato, appunto. Peter Jackson assieme allo stesso Guillermo Del Toro, Fran Walsh e Philippa Boyens hanno sviluppato una sceneggiatura che va ad ampliare il già vasto mondo de Lo Hobbit utilizzando le Appendici del Signore degli Anelli, ed ovviamente, un “pizzico” di fantasia cinematografica.

Bilbo parte per un'avventura.
Bilbo parte per un’avventura.

Tornati nell’amata Nuova Zelanda, la Terra di Mezzo è tornata a splendere, pronta ad accogliere un grandissimo cast composto da nuovi personaggi attesissimi e vecchie conoscenze decisamente ben gradite: al primo posto troviamo Lo Hobbit in persona, Bilbo Baggins, interpretato magistralmente dall’inglese (fino all’osso) Martin Freeman, famoso per il suo John Watson nella serie tv britannica Sherlock. Dopo di lui, Gandalf, il grandissimo Ian McKellen, tornato a vestire i panni dello Stregone più amato della Terra di Mezzo. I tredici Nani della Compagnia, intenti a riconquistare la dimora e il tesoro perduti ad Erebor, la Montagna Solitaria da parte del terribile drago Smaug, sono capeggiati da Thorin Scudodiquercia, Richard Armitage che ottimamente si cala nel ruolo di leader del gruppo, schietto, duro, per nulla ironico. Al suo fianco troviamo: Balin/Ken Stott, Dwalin/Graham McTavish, Kili/Aidan Turner, Fili/Dean O’Gorman, Dori/Mark Hadlow, Ori/Adam Brown, Nori/Jed Brophy, Oin/John Callen, Gloin/Peter Hambleton, Bifur/William Kircher, Bofur/James Nesbitt e Bombur/Stephen Hunter.
Annoveriamo anche il ritorno di Lady Galadriel/Cate Blanchett, Hugo Weaving/Re Elrond di Rivendell, Christopher Lee/Saruman e i due cammei graditissimi di Ian Holm, l’anziano Bilbo, e Frodo Baggins, il portatore dell’Anello, Elijah Wood.

I tredici nani.
I tredici nani.

La domanda ricorrente che ha pervaso l’atmosfera intorno a questa nuova trilogia è sempre stata: Peter Jackson riuscirà a mantenere quella perfezione vista nel Signore degli Anelli, o si perderà in una mera mossa di marketing?

Peter Jackson ne è uscito ancora una volta vincitore. I 172 minuti non pesano affatto, anzi, ti trasportano in uno stupendo cammino che più e più volte richiama il viaggio di Frodo e della Compagnia dell’Anello, seppur in una maniera diversa e consona allo stile del romanzo originale. Da questo punto di vista è bene ricordare che Lo Hobbit si discosta un po’ nello stile dal Signore degli Anelli: se quest’ultimo è il caposaldo della letteratura fantasy, il secondo è più indirizzato ad un pubblico giovane e mantiene un tono più “leggero”. Questa leggerezza, certamente positiva, viene fuori dall’ironia delle prime scene del film e dall’introduzione del personaggio di Radagast, lo Stregone amico degli animali che vive nel Bosco Atro interpretato dal divertentissimo Sylvester McCoy.
D’altra parte non mancano scene potenti e magistrali che portano il film ad un livello decisamente elevato: è impossibile non citare l’incontro fra Bilbo Baggins e Gollum/Smeagol. Con una recitazione eccellente da entrambe le parti è inevitabile rimanerne incantati. Un enorme plauso va ad Andy Serkis (ora anche regista della seconda unità) che, rientrato nella tutina da motion capture, ha riportato in tutto il suo splendore l’ambiguo Gollum lasciando lo spettatore quasi in estasi nel vederlo di nuovo muovere e parlare.

Gollum.
Gollum.

Una sceneggiatura ben articolata ha fatto sì che il film alternasse scene d’azione e di dialogo, rendendo la visione assolutamente non forzata, ma piacevole. Novità assoluta della nuova trilogia, è senza dubbio, l’introduzione di un nuovo formato portando i 24 fotogrammi per secondo a 48fps. Con l’uso del 3D ciò che ne esce fuori è un’esperienza visiva senza eguali: sei letteralmente nel film, godi ogni inquadratura nel paesaggio e vorresti non uscire mai. A primo impatto, si ha una sensazione strana, ai limiti del realistico, quando poi l’occhio si abitua non puoi più farne a meno. L’immagine è nitida e precisa, raggiunge quasi la perfezione.

Lady Galadriel e Gandalf.
Lady Galadriel e Gandalf.

Lo Hobbit – Un Viaggio inaspettato ha aperto le porte ad una nuova trilogia unica eppure strettamente correlata alla sua precedente. Con l’inconfondibile regia di Peter Jackson vediamo rivivere quei luoghi e personaggi che avevamo lasciato dieci anni prima in un modo tutto nuovo eppure così familiare. La colonna sonora, poi, curata nuovamente da Howard Shore, ci riporta indietro nella Contea come se il 2001 fosse dietro l’angolo.

Ci sarebbe moltissimo altro da scrivere su questa prima parte de Lo Hobbit, ma scriveremmo un saggio così prolisso da snaturare l’intero film. Non siamo alla perfezione della Compagnia dell’Anello, ma nemmeno così lontani. La regia unica, la fotografia stupenda, una sceneggiatura ottima, che ben adatta il romanzo originale al Cinema, supportata da intense performance attoriali hanno promosso il film a tutti gli effetti.

Alla prossima settimana, con la recensione de Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug.

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