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Dopo aver diretto due episodi nella terza stagione di Gomorra si cimenta nella sua opera prima su grande schermo Marco D’Amore, restando fedelissimo alla linea tracciata dalla serie tv italiana con il successo internazionale più dilagante di sempre. L’Immortale lo vede tornare protagonista nei panni del boss Ciro Di Marzio, che, ormai visti i trailer non è più un segreto, dalle pistolettate dell’amico fraterno Genny Savastano si salverà. La macchina da presa ripesca il nostro antieroe esattamente da dove lo avevamo lasciato negli ultimi fotogrammi dell’ultima puntata di Gomorra 3. E da qui D’Amore, magicamente anche dietro la macchina da presa, inizia a scandagliare il suo personaggio anche attraverso i suoi ricordi d’infanzia. Così il tempo di questo film è diviso tra il passato da bambino nei vicoli, e il presente, dove Ciro si rifugerà niente poco di meno che a Riga, in Lettonia, in una comunità di italiani che falsificano abbigliamento per un clan russo. Però con Ciro arriveranno anche grandi carichi di droga da far circolare, la batteria dei lettoni si desterà dal torpore per contrapporsi ai russi, e inizieranno i guai.

L’Immortale – il film di e con Marco D’amore a cavallo tra serie tv e spin-off

Per la prima volta un film si pone come anello di congiunzione tra una due stagioni della stessa serie tv. Quindi parliamo di uno spin-off dalle sembianze inedite. Anche lo stile registico sembra seguire quella pasta visiva plumbea che da qualche anno fascia l’immaginario collettivo su questa nuova camorra televisiva, e ora anche cinematografica. D’Amore ha lavorato molto bene soprattutto nella ricostruzione della Napoli dei primi anni ottanta. Siamo nel post-terremoto dell’Irpinia, quello del 1980, è da lì che il piccolo Ciro ha sconfitto la morte per la prima volta, restando solo al mondo. Ma la Napoli che ci mostra D’Amore sfoggia bandierine tricolore che ci fanno intuire il passaggio di un paio d’anni, giusto il tempo di vincere i Mondiali ’82 in Spagna magari. In questo groviglio di vicoli si muovono a sciami gli scugnizzi del regista. Ragazzini che vivono e rubano insieme, strappano autoradio dalle auto, si guadagnano le mille lire come possono e s’innamorano delle belle ragazze dal canto neomelodico. È una Napoli di motorini Ciao, macchine Talbot e cabine telefoniche a gettone, ovviamente meno algida della Riga di oggi, dove Ciro riprende il ruolo di capo tra mille tensioni sottopelle.

Tra flashback e Shakespeare

La macchina da presa non si abbandona a virtuosismi, ma neanche osa avventurarsi in idee visive di rottura o vera novità, cosa che invece avrebbe potuto azzardare al netto dei dettami della showrunner della serie Francesca Comencini. D’Amore racconta in maniera ordinata la sua storia utilizzando il flashback nel montaggio. Ciro appare così più umano, soprattutto immerso in un passato che ci era totalmente sconosciuto. È questa l’idea più forte e più nuova del film. Ma allo stesso tempo mancano nuove immagini iconiche, se escludiamo il giro in motorino del piccolo Ciro con dietro l’amica Stella e un finale non spoilerabile. Per il resto ritroviamo Ciro che si ridesta gradualmente, fino riprendere il carattere mefistofelico che gli ha dato la fama. “La potenza dei grandi protagonisti della letteratura teatrale come l’Amleto e lo Jago di Shakespeare, o il Caligola di Camus”. Sono queste le ispirazioni che si leggono nelle note di regia di Marco D’Amore. Ma a emergere come format vorrebbe sarà proprio quell’aspetto di doppiezza di Jago che ha sfasciato nelle passate stagioni più e più cosche e mietuto centinaia di vittime. Per curiosità, sembra che tra le quattro stagioni di Gomorra siano state ammazzate circa 1500 persone. Pardon, personaggi.

Il piccolo Ciro di Marzio interpretato da Giuseppe Aiello e la quinta stagione di Gomorra

l'immortale cinematographe

La tensione funziona dall’inizio alla fine, e la doppia marcia temporale permette un alleggerimento inedito del personaggio. Ciro piccolo è interpretato da Giuseppe Aiello, un bambino di undici anni che emoziona con un’empatia verace davvero simile a quella dei piccoli Totò Cascio di Nuovo Cinema Paradiso e Giosué Orefice nella Vita è Bella. Certo, Giuseppe si ritrova una parte più drammatica, ma la vive nel modo giusto sul set: con la giocosità di un bambino che si affeziona agli adulti che lo sfruttano. Tra questi contrasti tragici la regia di D’Amore rimane granitica, senza fronzoli e sempre netta su ogni azione. Le musiche dei Mokadelic rimodulano variazioni sui temi classici della serie riorchestrandoli, e ne fanno sonorità più piene e meno elettronicamente fredde.

A quanto pare è in scrittura la quinta stagione di Gomorra, e poi chissà. Per adesso la Cattleya di Tozzi, Stabilini e Chimenz, deus ex-machina della serie fin dagli inizi con Roberto Saviano, hanno preparato con il regista, che è anche ideatore e coautore della sceneggiatura, non un capolavoro indimenticabile, ma un ottimo giocattolo d’intrattenimento dal gusto crime. Sicuramente il pubblico farà girare bene il box office, e vista la chiarezza narrativa del film anche indipendentemente dalla serie, potrebbe pure acciuffare nuovi addicted per la quinta stagione, che dopo il film potrebbero affrettarsi a divorare le quattro perdute. L’Immortale va in sala con 450 schermi in programmazione ad opera di Vision Distribution. C’è da aspettarsi quantomeno un posto sul podio dei più visti.

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