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Lei mi parla ancora è un film di fantasmi. E fa paura. Eppure, non è un horror. Lo chiameremmo film d’amore, ma sull’amore che resta e, soprattutto, va. Perché quando i “per sempre” di una vita incontrano il tempo, come riassume in apertura la dissolvenza che raggrinza le dita di due mani intrecciate, la realtà si abita di ombre. A dirigerlo poteva essere solo Pupi Avati, che a 82 anni rielabora il testo autobiografico di Giuseppe Sgarbi, scritto invece a 92, per trarre le grana di sentimenti “fuori moda ma sempre attuali”. Ma se il libro è un racconto d’amore, il film è il racconto di un racconto d’amore. La storia di memorie che diventano parole, una sorta di backstage del libro che Sgarbi scrisse con un autore romano. Il passaggio ha richiesto ad Avati, e al figlio Tommaso, con cui ha adattato il testo, di mettere in scena momenti storici differenti, riassunti nei flashback e nei volti opposti dei due protagonisti: Fabrizio Gifuni e Renato Pozzetto, quest’ultimo convinto a tornare sul “grande” schermo dalla commozione di un ruolo per lui inedito.

Un film che chiede tanto al suo autore e l’impossibile allo spettatore. Al centro, i tempi andati di un amore incastonato nelle memorie anni ’50, da cui Pupi Avati trama un’Arcadia dei sentimenti.

Lei mi parla ancora è un film di poesia

Lei mi parla ancora Cinematographe.it

Quando Caterina (Stefania Sandrelli) muore, Nino (Renato Pozzetto) vorrebbe andarsene con lei. È questa l’immortalità che si erano promessi? 65 anni da quel “per sempre” scritto nero su bianco. Il giorno del loro matrimonio, lei gli aveva consegnato una lettera: “se mi amerai saremo immortali”. Ora cambia tutto. Rimane una casa vuota, piombata di ricordi. Lei non c’è più, scomparsa in un’anzianità sopraggiunta d’improvviso, proprio mentre vivevano. L’eternità sembra una beffa, “per sempre” una burla. O forse no. Lo sguardo di Renato Pozzetto mette in dubbio la morte. “Lei mi parla ancora”. Inutile soffermarsi sul gioco di parole in seno all’etimologia del termine (a-mors, senza morte), anche se Pupi Avati, e il testo d’origine, parte da qui. Un’idea anacronistica, la definisce il regista, ma che deve smuoverci ancora.

In Lei mi parla ancora, l’amore degli anziani sembra poesia. Guardando Renato Pozzetto fissare il vuoto sovviene Montale. Affinché non ci si perda, la figlia, interpretata con rigore da Chiara Caselli su ispirazione di Elisabetta Sgarbi, pensa a una terapia che lenisca il peso del ricordo. Arriva Amicangelo (Fabrizio Gifuni), esperto di biografie. Lo scrittore non è più giovane. Giunto ai cinquanta attende la pubblicazione del suo primo romanzo. Nel frattempo è ghost writer di calciatori, cuochi e altre specie della fauna sociale. Mai prima d’ora ha scritto di qualcosa di così vero come il ricordo di un amore. La figlia di Nino promette: scriva le memorie di mio padre e pubblicherò il suo romanzo. Lo scambio sembra equo, almeno fino al primo incontro. Nino è schivo, Amicangelo è impaziente. Ad allontanarli sono i mondi che rappresentano. Il primo è immortale per amore. La sua Caterina vive in un tempo perduto ma presente. Gli anni ’50 cambiano la fotografia della scena e si accasciano alle sponde del delta del Po emiliano-romagnolo, dove persino il cast è costretto a mutare. E mentre Stefania Sandrelli diventa la giovane Isabella Ragonese, e Pozzetto tramuta in un posato Lino Musella, la poesia dilaga senza che Amicangelo possa coglierla. Come può, uno scrittore incattivito, ignavo in amore, carpire ricordi che citano Pascoli. Eppure, nasce qualcosa. Iniziano a capirsi. Amicangelo scrive, Nino racconta, poi si rileggono e il tempo trova un ordine. Il “per sempre” affidato al vuoto trova la forma di parole nuove. Quando Amicangelo legge l’ultimo capitolo Nino si stupisce. Pozzetto è serafico ma sa smuovere: “sono parole mie queste?”. Non lo sono, lo scrittore ne ha trovate di perfette, dello stesso suono dei ricordi.

Un film sul nulla che parla di tutto

Lei mi parla ancora Cinematographe.it

Lei mi parla ancora non ha eventi. Vive nei ricordi, come riavvolgendo il tempo. Gli unici fatti sono parole. Un film costruito per l’ascolto, dove la voce di Pozzetto consuma la scena. La regia si inscrive nei crismi di Pupi Avati, agganciandosi al pavimento, girando in carrello e accompagnando per mano i ricordi più confusi. Non c’è struttura, come se il film arrivasse in ritardo sui fatti. Un prologo troppo lungo apre a uno sviluppo ritagliato in visione di una fine che arriva cogliendo impreparati, esattamente come la vita di cui parla Pozzetto. Realtà e sceneggiatura coincidono, a sacrificio però di un coinvolgimento che rapisce lo spettatore solo a conclusione.

“Questo è un sogno vero?”. Per un attimo, la voce fuori campo che apre il film avvolge di fiabesco la scena. Sembra Big Fish, ma al contrario. Non è la straordinarietà dei ricordi a lasciarci stupefatti. Ci innamoriamo invece dei fatti minori, di quella vita normale che Pupi Avati cede al presente. I balli di provincia e il cinema in piazza, dove Il settimo sigillo di Bergman parla la lingua della realtà, più vera e sentita che in qualsiasi sala di città. D’improvviso, perdiamo il confine tra vero e immaginato. Una neve auratica, splendidamente finta, avvolge così il primo arrivo di Amicangelo. Da Roma giunge in un mondo diverso, entra nella mente di Nino. Persino la lettera di quel “per sempre” promesso diventa dubbia. Ovviamente, non importa. A suo modo è tutto vero, e può essere un sogno, dove “lei mi parla ancora”, o un ricordo, dove sulle sponde del Po Nino legge di Pavese morto suicida: “L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnati”.