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Da Arsenio Lupin in poi, il mondo del cinema si è appassionato alla figura del ladro. Gentiluomo, attivista, anticonformista, il rapinatore cinematografico è mosso da ideali profondi, con cui lo spettatore si possa immedesimare e, soprattutto, patteggiare per il suo successo. L’arte della truffa di Matt Aselton viaggia sullo stesso piano, per quanto il film si fermi ad uno strato molto superficiale della storia. Gli heist movie sono un genere prolifico, basti pensare a I soliti ignoti di Mario Monicelli, alla fortunata saga di Ocean’s Eleven diretto da Steven Soderbergh, oppure al recente Lupin su Netflix. Eppure, questi citati sono capolavori, cult e serie di successo, perché? Perché la scrittura ha lavorato in profondità, delineando personaggi che andassero oltre la figurina, oltre l’avvenenza dei suoi protagonisti. Ed è proprio qui che casca in fallo il film di Aselton.

Theo James è un ladro provetto in L’arte della truffa

L'arte della truffa - Cinematographe.it

Ivan Warding (Theo James) è un ladro metodico ed efficiente, le cui vittime sono i ricchi della città. La sua specialità sono le opere d’arte che, una volta rubate, finiscono nel mercato grigio e molto spesso nei musei. La sua, però, non è una vita libera. I colpi che mette a segno servono per ripagare il debito del padre, un ex criminale, con il criminale Dimitri “Il Greco” Maropakis (Fred Melamed). Vincolato ad un giro da cui vorrebbe uscire, Ivan vede un piccolo spiraglio di speranza: ancora tre furti e potrà lasciare quella strada. Durante una rapina incontra l’affascinante e misteriosa Elyse (Emily Ratajkowski) con cui si alleerà per raggiungere il suo scopo.

L’arte della truffa è buon passatempo, ma tenta mai di essere più di quello che è. Una sceneggiatura annoiata accompagna tutto il film, e anche quelli che vorrebbero essere dei colpi di scena finiscono per non sorprendere. Neanche il fratello bipolare di Ivan, interpretato da Ebon Moss-Bachrach, riesce a far uscire dalla bolla la storia. Il personaggio poteva essere un elemento interessante, il fulcro di una narrazione più accesa e spiazzante. Invece viene relegato a poche scene, comparendo come un fantasma in poche scene; diciamo che si sposta come Varys nelle ultime stagioni di Game of Thrones. La relazione tra i personaggi ricorda molto quella del The Town diretto da Ben Affleck, e Moss-Bachrach poteva esser strutturato allo stesso modo del Coughlin di Jeremy Renner. Il film, di per sé, ha degli ottimi spunti, come una scena molto interessante, forse l’unica. Parliamo del momento in cui “Il Greco” entra nella Limousine insieme a Elyse. Qui regia, musica e fotografia cambiano radicalmente, e il momento sembra uscito dalle mente di Nicolas Winding Refn. Il tempo si rallenta, i colori vengono saturati e la musica porta ad una tensione in crescendo. Purtroppo il momento si esaurisce rapidamente, e il tutto torna alla normalità. Vari, piccoli elementi che, se presi singolarmente, sono funzionali e d’impatto, tuttavia sporadici.

Quando i colpi di scena non sono più tali: un deus ex machina debole

L'arte della truffa - Cinematographe.it

 

Ne L’arte della truffa il protagonista ruba opere d’arte esistenti, come il coniglio di Jeff Koons, che nella realtà è stata acquistato da Robert Mnuchin alla modica cifra di 91,1 milioni di dollari. Il collegamento è interessante, forse ideato per mancanza di idee, oppure per fraternizzare con il pubblico; che da casa afferma “quell’opera la conosco” come il meme di Leonardo Di Caprio in C’era una volta a… Hollywood. Ma, al di là di questi dilemmi, il film si poggia su un momento cardine: quello dell’incontro tra Ivan e la piccola testimone. Sappiamo fin da subito che quell’incontro avrà ripercussioni future, ma la serie di coincidenze è tale da farci storcere il naso. Certo, la vita si poggia su una serie di casualità, e può sorprendere a più riprese. Eppure, nel film quei due momenti risultano forzati, e il deus ex machina passa in secondo piano. L’importante è la tensione erotica tra i due protagonisti, nello scontro scintillante di avvenenti presenze. La Elyse di Emily Ratajkowski non buca mai lo schermo. È intelligente, astuta e con un background interessante, ma sul piano della storia non comporta nessuna evoluzione, né della storia né del protagonista. Che il personaggio ci fosse o meno non avrebbe cambiato il finale.

L’arte della truffa è intrattenimento basilare, con una storia lineare senza grandi colpi di scena e due attori noti. Si fa guardare con leggerezza, e la durata di cento minuti aiuta in tal senso, nonostante gli attori – seppur bravi – vengono trattenuti dalla sceneggiatura come animali in catene, Ebon Moss-Bachrach su tutti.