L’apocalisse dell’amore: recensione del film Netflix

Viaggi on the road, meditazione yoga e svolte spirituali. Il film turco L'apocalisse dell'amore è un dramma inconsistente sull'amore oltre la tragedia. Forse il più dimenticabile delle produzioni turche su Netflix.

Prosegue l’infinita carrellata Netflix dei film romantico-drammatici di provenienza turca, stavolta con L’apocalisse dell’amore, letteralmente tradotto dall’originale Askin kiyameti. Esordio al lungometraggio disponibile dal 20 giugno della regista classe ‘71 Hilal Saral, vincitrice nel 2009 al tradizionale premio Golden Butterfly Awards per la miglior serie drammatica con la soap-familiare Ask-i Memnu, il film è un viaggio on the road per i paesaggi, urbani e naturalistici, della Turchia odierna, con tanto di accenno alla pandemia e alle restrizioni da lockdown.

Scappare

l'apocalisse dell'amore cinematographe.it

La storia si avvia con un prologo che lascia intendere un risveglio traumatico: l’occhio lacrimante del giovane Firat (Boran Kuzum) si apre a fatica dopo oltre un anno di coma, ritrovandosi accanto la madre che incredula inizia a parlargli. Scopriamo allora, con un flashback repentino, che lo stesso Firat a seguito di un fallimento aziendale, una sera si è lasciato trascinare con riluttanza in un esclusivo festival di yoga immerso nella natura e lì, fra un’Asana e una meditazione, incontra per la prima volta la cantante e ballerina Lidya (Pinar Deniz), assunta con il musicista e amico Yusuf (Yigit Kirazci) per intrattenere i partecipanti con la sua voce melodiosa.

Incantato dalla bella ammaliatrice dai capelli lunghi e dagli occhi da cerbiatto, dopo un breve tentativo di lavoro ‘serio’ come informatore farmaceutico, Firat decide di lasciare tutto, debiti compresi, per seguire i due nelle loro tournée musicali. Finché un incidente cambierà tutto.

Tragico on the road e viaggio nell’altrove: L’apocalisse dell’amore non incanta come la voce della sua protagonista

l'apocalisse dell'amore cinematographe.it

Scritto da Yilmaz Erdogan, attore, sceneggiatore e regista turco noto soprattutto per il suo ruolo del maggiore Hasan nel film di e con Russell Crowe The Water Diviner, L’apocalisse dell’amore è purtroppo un’opera la cui inconsistenza si evince, se non subito, già abbondantemente nella sua prima parte, quella che ripercorre un itinerario di scoperta di sé da parte di tre individui il cui passato doloroso e le radici familiari incombono così tanto alla realizzazione della propria felicità, da doverle sradicare di netto scegliendo così una vita da nomade, ritirandosi nella natura più inviolata per rincorrere una sorta di spiritualità da figli dei fiori ricercata sull’espressione creativa e sull’accoglienza senza pregiudizi.

Lidya, Firat e Yusuf sono tutti legati a qualcuno o qualcosa, da cui però intendono allontanarsi: la prima da un padre che ne rifiuta l’indole di piena emancipazione, il secondo dal fallimento lavorativo e dalla mancanza di soldi, il terzo da un lutto ancora da rimarginare. I tre racchiudono allora quel senso di inquietudine e di necessità di cambiamento che lo script tuttavia non riesce mai a catalizzare in qualcosa di potente, mancando di consistenza espressiva nel saper veicolare concretamente le emozioni e il contenuto che ha da offrire.

Il film infatti sembra girare a vuoto nelle premesse romantiche di una coppia che sarà e una tragedia dai risvolti inaspettati, apparentemente risolta e invece ribaltata in un finale davvero puerile che lascia interdetti per come è stato eseguita e pensato. Una fine ‘angelica’ che segna invece un inizio, al confine paradisiaco fra aldilà e il mondo dei vivi che non ci muove a compassione – seppur le canzoni qualche nota intonata la regalano. Meglio allora meditare con un podcast e liberare la mente dalla delusione che è L’apocalisse dell’amore.

Regia - 2
Sceneggiatura - 1.5
Fotografia - 2.5
Recitazione - 2.5
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.3

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