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Venezia vuol dire cinema, cinema (in Italia e non solo) vuol dire Fellini, e per celebrare la genesi del suo immortale La Dolce Vita (senza dubbio il film italiano più famoso di sempre), Mario Sesti e Luigi Petrucci (diretti da Giuseppe Pedersoli) si sono cimentati in La Verità sulla Dolce Vita, documentario che in forma sovente creativa e senz’altro originale, guida lo spettatore dentro il complesso iter creativo che cambiò la settima arte per sempre.
Opera sicuramente originale, complessa e piena di vitalità, il documentario parte dal 1959, da quella Roma che tanto ha significato per il cinema italiano, miniera, foresta del talento che il mondo ancora oggi ci invidia.
Ed ecco che Federico Fellini è alle prese con un’opera che rischia di sfuggirgli dalle dita, per costi, lunghezza, per i timori che diventi un fiasco, ed assieme a lui sono in ansi i produttori, Peppino Amato e Angelo Rizzoli, divisi dalle differenti opinioni sull’esito del film.
Un film che fisserà l’allora già due volte Premio Oscar nell’immaginario cinematografico universale, creando un precedente sensazionale, una cesura rispetto al passato da molteplici punti di vista.

La Verità sulla Dolce Vita è un’Odissea caotica e frizzante

Opera dalla natura ibrida, La Verità sulla Dolce Vita è a metà tra sceneggiato RAI classico (quasi retrò) e documentario tipico, portando allo spettatore contributi che comprendono volti e documenti dell’epoca, aneddoti, racconti, leggende attorno alle difficoltà enormi, che Fellini dovette superare per creare il suo film simbolo.
Film che (e questo il documentario lo dice sempre molto bene) fu soprattutto un’opera ostacolata da una censura ed un clima culturale oscurantista, e da ostacoli anche interni alla produzione che avrebbero fermato chiunque. Ma non Fellini e Rizzoli, che credettero sempre nel progetto e ci donarono una Roma come non si era mai vista, una visione della vita, del cinema dentro e fuori da essa, come non si era mai visto prima di allora.
Un film che ebbe su Roma, su tutta l’Italia, un impatto culturale sconfinato, incredibile, cambiò i costumi, la vita, il modo di vederla e viverla.

Un omaggio colorato ma sincero 

La Verità sulla Dolce Vita è sicuramente un’opera genuina e piena di calore, per quanto sovente un po’ caotica e fracassona nello stile, nell’ambientazione, nel portare verso il pubblico tutto e il contrario di tutto.
La corrispondenza intercorsa tra Amato, Rizzoli e Fellini è qualcosa di incredibilmente potente e seducente, anima di un viaggio dentro la genesi di un capolavoro, del costo (non certamente solo economico) che esso significò (per Amato in particolare) per chi vi prese parte.
Sicuramente un film che fa riflettere su un’età del coraggio e dell’innovazione perduta del cinema italiano, che oggi appare veramente funestato da un’anima stiracchiata e informe, da una incapacità di mettere quel cuore che fece de La Dolce Vita una creatura unica, irripetibile.
Un’opera non perfetta, ma coinvolgente, viva, capace di trasportare dentro uomini, volti, pensieri di cui oggi sicuramente si sente la mancanza…

 

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