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La quinta stagione (La cinquième saison), pellicola belga di Peter Brosens e Jessica Woodworth vincitrice del riconoscimento Arca Cinema Giovani e del Premio Green Drop al Festival di Venezia 2012, narra le vicende surreali e drammatiche di un piccolo villaggio rurale nel cuore delle Ardenne. Gli abitanti di Weillen, abituati a vivere di agricoltura e pastorizia in perfetta simbiosi coi ritmi della natura, assistono impotenti a un ammutinamento delle stagioni. La più spaventosa delle ribellioni, quella della natura narrata dai due registi belgi attraverso un accurato lavoro di ricerca fotografica: una ribellione fatta di immobilità e silenzio.

Protagonisti inconsapevoli di una misteriosa catastrofe, imprigionati in un eterno inverno che sembra non voler più cedere il passo allo scorrere naturale del tempo, gli abitanti del piccolo paese si ritrovano prigionieri di una metafisica “quinta stagione” immobile. Nel disperato tentativo di ristabilire l’ordine delle cose, affondano le mani nel terreno, disorientati davanti a semi che non germogliano a nuova vita. Uno scenario apocalittico, tutt’altro che surreale se visto con occhi attenti alle tematiche ambientali, nel quale le api abbandonano le arnie, le bestie tacciono e non danno più latte e tutto sembra immobile, fuorché il soffiare incessante del vento che scuote le cime degli alberi.

Gli abitanti della piccola comunità, imprigionati in un tempo sospeso, si interfacciano per la prima volta con una natura nemica, fino ad allora unica risorsa e fonte di sostentamento. Solo due adolescenti, Alice e Thomas, guidati da Pol, apicoltore filosofo dall’animo errante giunto nel villaggio con la sua roulotte insieme al figlio disabile Octave, si aggrappano indocili alla vita, cercando di trovare un senso a quelle loro esistenze immobili.
In questo caos fatto di silenzi, architettato da una natura sterile e arcigna, il gelo dell’inverno sembra fagocitare l’umanità degli abitanti del villaggio che, incattiviti e disperati, costretti a nutrirsi di insetti e razionare le provviste, regrediscono a uno stadio animale lanciandosi avidi alla caccia di un capro espiatorio sul quale sfogare la propria violenza.
Ed è così che Paul, lo “straniero, diviene agli occhi della comunità, fattasi “massa” dietro ad adunche maschere, fonte di ogni male e perfetta vittima sacrificale. Fantoccio da immolare davanti allo sguardo impotente dei ragazzi, ormai corrotti e messi a tacere dalle dinamiche mostruose e grottesche di un’umanità divenuta, da vittima, carnefice.

La quinta stagione: dall’universo visionario di Bruegel alla macchina da presa

la quinta stagione cinematographe.it
Terzo capitolo di una trilogia nata nel 2006 con Khadak (girato in Mongolia) e Altiplano (girato in Perù), La quinta stagione è ambientato in Belgio, terra d’origine dei due registi.
Ricco di riferimenti antropologici e filosofici, il film è diviso in quattro sezioni, una per ogni stagione. L’ambientazione sembra catapultare lo spettatore in un dipinto di Bruegel, coi suoi paesaggi appesantiti da una coltre di neve e dal chiacchiericcio appena udibile dei personaggi, soundtrack essenziale di molte scene, alternato a infiniti silenzi. Animato da allegorie, simbolismi e metafore potenti (basti pensare alla faticosa scalata della collina fangosa da parte di Alice e Thomas), la pellicola ha come sola e indiscussa protagonista la natura che si fa personaggio attraverso lo sguardo minaccioso di gufi e struzzi catturati in primo piano.
È con la natura, divenuta impenetrabile, che gli abitanti del villaggio tentano disperatamente di mettersi in contatto ed è la natura, rappresentata facendo riferimento alla tradizione pittorica fiamminga e all’arte della fotografia, a dipingere un ritratto grottesco dei nostri tempi fatti di contraddizioni e tracotanza.
Ne La quinta stagione assistiamo a una “crisis” nell’accezione greca del termine. Una “scissione” morale, umana e globale che conduce lentamente lo spettatore alla riscoperta di emozioni dal sapore antico, terrigno, primordiale.