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La Pescatora: recensione del cortometraggio di Lucia Loré

L'opera, prodotta da 8 Production e in concorso ai David di quest'anno e al Tallinn Black Nights Film Festival affronta un problema universale, la violenza di genere, raccontando efficacemente la storia di una piccola comunità di pescatori in Salento.

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La Pescatora è il nuovo cortometraggio diretto scritto ed interpretato da Lucia Loré (La Santa, Immaginare T), un progetto estremamente interessante che parla di un argomento attualissimo, la violenza di genere, inserendolo in un contesto piccolo e regionale che proprio nella sua dimensione umana riesce ad evocare ancora più brillantemente un grido universale di giustizia, in un mondo dove la parità tra sessi sembra ancora essere un obiettivo lontanissimo e irrealizzabile.

La Pescatora è un’opera che ha un respiro internazionale e ciò non si esplica solo attraverso il messaggio contenuto, ma anche alla partecipazione del corto al Tallinn Black Nights Film Festival, prestigiosa kermesse dell’Nord Europa, dove era in concorso per il Miglior Corto. Oltre a tale evento, la realizzazione gareggia anche ai David di Donatello 2022, a riprova che il titolo è riuscito a cogliere nel segno, sia a livello nazionale che in giro per il mondo. L’opera, prodotta da 8 Production, è distribuita da Siberia Distribution ed è stata sostenuta da Apulia Film Commission e dal MIBACT, oltre ad avere il supporto del bando del 2019 Non Violenza: lo schiaffo più forte.

La Pescatora: l’importanza del contesto

La PescatoraIn una minuscola comunità di pescatori del Salento, una donna (Lucia Loré) prende il posto del padre, oramai anziano e indisposto, nell’attività della pesca, un mestiere che la gratifica e la rende libera. Ma questa scelta non è ben vista a livello sociale, a tal punto che viene obbligata ad abbandonare il suo lavoro, ma la donna decide di non darsi per vinta e continuare. Il contesto regionale e culturale, all’interno de La Pescatora, è importantissimo: non solo e soltanto perché fotografa di fatto una realtà locale dei nostri giorni, ma anche perché questa piccola storia è solo apparentemente circoscritta alla costa salentina.

Il corto si apre con una bellissima sequenza flashback che è un perfetto ponte con il presente della protagonista che è a bordo della sua barca ed è intenta a pescare. Tale collegamento ci fa comprendere, in pochi minuti, il passato del personaggio facendoci capire come mai ha scelto questa determinata via anche se ardua e apparentemente impossibile: la strada era già scritta e la donna ha deciso di percorrerla a discapito delle conseguenze, con un coraggio da vendere, dando un forte messaggio di indipendenza e normalità.

Un messaggio che, come abbiamo anticipato all’inizio del paragrafo, ha le sue radici in una arretratezza culturale figlia della Puglia, ma che in realtà ha un eco decisamente più vasto, ma ci arriveremo dopo. Per calare ancora di più il pubblico nella dimensione salentina, i dialoghi lavorano fortemente sul dialetto locale con i vari attori che usano efficacemente l’inflessione dialettale, accompagnata da sottotitoli. In particolare, l’uso del dialetto trova la sua perfezione d’utilizzo proprio nella sequenza iniziale dove dà voce ad una bambina e al suo particolare rito propiziatorio. Una doppia valenza folkloristica che accompagna fin dal principio gli spettatori nel contesto scelto.

In generale, la sceneggiatura de La Pescatora, nella sua semplicità, cela una grande efficacia, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, in primis la protagonista, ma non solo; ma anche nella costruzione dell’intreccio vero e proprio, privo di momenti inaspettati o altisonanti. Ed in effetti il male non si nasconde nella grandi cose, ma in quelle piccole e negli eventi di ogni giorno, quindi la scelta di raccontare la quotidianità paga molto di più rispetto al racconto di un’eccezionalità forse più distaccata e artificiale.

La Pescatora: immagini efficaci e didascaliche

La PescatoraLucia Loré con La Pescatora, se a livello narrativo si è ancorata alla terra salentina, con la regia si spinge verso l’universalità, utilizzando immagini che parlano per concetti generali e che donano al cortometraggio la reale dimensione globale. È palese che la macchina da presa, soffermandosi sempre e comunque sulla protagonista, vuole evidentemente calarci nei panni della Pescatora facendoci provare tutte le ingiustizie fisiche e psicologiche che prova sulla sua pelle ed ecco che un contesto regionale e limitato alla Puglia diventa invece un’esperienza individuale che ogni spettatore affronta in prima persona.

Per intensificare questa dimensione generale, la regia utilizza diverse immagini didascaliche, esemplificative del messaggio di fondo del cortometraggio. Il mare, ad esempio, viene usato come metafora della libertà della protagonista, oltre ad essere un luogo dove riesce a raggiungere pienamente e senza difficoltà la sua interiorità. Anche la religione, nello specifico la preghiera, assume una valenza importantissima: è l’unica difesa e protezione che ha la donna contro le angherie dell’uomo e di una società che rifiuta la sua scelta di vita. Il momento in cui prega prima di partire insieme al padre è una preghiera collettiva, un rito che la protagonista porta avanti in compagnia dello spettatore, non a caso lo sguardo del personaggio è rivolto proprio in camera, al pubblico.

E se le donne possono solo fare affidamento alla religione e non alle autorità terrene, ecco che l’umanità ne esce sconfitta. Un grido di aiuto che parte da una piccola realtà locale, raggiunge l’universalità e cerca di arrivare direttamente alla sfera divina, dove forse giungono delle risposte e degli aiuti, perché la fiducia nei confronti dell’essere umano non esiste. In chiusura, anche le interpretazioni del cast sono estremamente brillanti in questo progetto, non solo e soltanto per la piena padronanza del dialetto, ma anche per aver dato voce e vita dei personaggi che seppur istantanei ed evanescenti nell’ottica di un cortometraggio, rimangono scolpiti nella memoria del pubblico.

La Pescatora è un cortometraggio potente ed evocativo che affronta un argomento attuale e delicato come la violenza e la parità di genere in una chiave originale e non inflazionata. Una sceneggiatura dal cuore salentino e una regia fortemente simbolica e metaforica accompagnano un racconto intenso e deciso, con un cast che regala delle interpretazioni sentite ed efficaci, seppur fugaci. Il rammarico più grande rimane quello di non aver sviluppato la storia in modo più completo, magari con un lungometraggio o anche un mediometraggio, perché le potenzialità c’erano tutte. Detto questo, parte del fascino dell’opera si trova proprio nella sua brevità, che rimane comunque orfana di uno sviluppo più approfondito.

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