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Finalmente arriva in sala La guerra a Cuba, opera d’esordio del regista Renato Giugliano pronta dal 2019 ma vittima di una battuta d’arresto forzata per la chiusura dei cinema imposta dalla pandemia. Oggi finalmente il pubblico potrà godere di questo lavoro ammirabile, nato come progetto sociale svolto in Emilia per riflettere prima, e raccontare poi, tematiche difficili e fortemente attuali, come la diversità – non solo razziale, ma intensa nel senso più ampio del termine – il ruolo dei media nella società moderna, l’immigrazione, il razzismo.

Tra la Via Emilia e il Sud“, questo il nome del progetto di sensibilizzazione durato un anno e mezzo, ha coinvolto centinaia di persone, molte delle quali hanno partecipato concretamente al film, sia recitando sia fornendo testimonianze che il regista e il co-sceneggiatore Mario Mucciarelli hanno integrato nel loro racconto. La guerra a Cuba prende la provincia come osservatorio privilegiato di una serie di dinamiche che in realtà possono essere adattate un po’ a tutta l’Italia (e non solo). Cambiando continuamente il punto di vista, il film ci mostra come basti cambiare gli occhi con cui si guarda a una certa vicenda per scoprire che le cose non sono mai quelle che sembrano.

La provincia come spaccato di un’Italia che non si integra

La guerra a Cuba Cinematographe.it

La storia de La Guerra a Cuba inizia in medias res, catapultandoci nel bel mezzo di un attentato in un paesino della Valsamoggia, dove un folle ha iniziato a sparare sulla folla durante la festa patronale. Da qui facciamo un salto indietro per ricostruire gli eventi che hanno portato a questa drammatica esplosione di violenza. Lo facciamo seguendo diversi personaggi, ognuno dei quali aggiunge un tassello alla storia e s’incastra all’altro in modi inaspettati. C’è Nicoletta, sposata con uno straniero e in lotta contro una delle maggiori fabbriche della zona, c’è Kamal, che cerca di integrarsi in una società che fa di tutto per respingerlo, c’è Viola, la giornalista che viene da Milano, c’è Filippo, che viene risucchiato da un gruppo di estrema destra. Loro, e molti altri personaggi, ci racconteranno come cresce sottile e infido il malcontento, alimentato dalle fake news, nascosto tra l’indifferenza, fomentato dai luoghi comuni. Una tensione che cresce fino all’esplosione finale, per nulla scontata.

La guerra a Cuba: tra integrazione e fake news

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Leggendo solo il titolo vi aspettavate un documentario sul conflitto cubano, e invece vi siete ritrovati in un borgo sperduto della Valsamoggia, a una festa di paese che finisce in un attentato. Questo perché già dal titolo del suo film Renato Giugliano fa una dichiarazione d’intenti, ponendo attenzione su uno dei temi principali del racconto, il potere dei media e delle fake news. La guerra a Cuba, infatti, deve il suo nome a una celebre battuta del film Quarto Potere di Orson Welles, citata proprio all’inizio del film di Giugliano. Nell’opera di Welles il direttore Charles Foster Kane, a capo di un giornale scandalistico, riceve un telegramma da un suo giornalista mandato a seguire una fantomatica guerra a Cuba. L’inviato dice che la terra è meravigliosa, ma di guerra non c’è traccia, e così arriva lapidaria la risposta del direttore: «Ci invii pure i resoconti. Alla guerra pensiamo noi». Anche nel nostro caso abbiamo un Charles Foster Kane. Si tratta del direttore del sito per cui lavora Viola, che pur di avere visualizzazioni costringe la giornalista a scrivere articoli che manipolano l’opinione pubblica, finendo per influenzare il destino di alcune persone. Sarà solo quando arriveremo al punto di vista della giornalista, apparentemente senza scrupoli, che capiremo come lei non faccia altro che cavalcare un’onda già presente in alcuni degli abitanti, ma che fino a quel momento è rimasta nascosta.

La scelta vincente di La Guerra a Cuba è proprio il suddividere il racconto in più punti di vista, scegliendo anche di fare ogni volta avanti e indietro sulla linea temporale fino a far coincidere tutti gli eventi. I vari punti di vista smontano ogni volta le certezze a cui ci sembra di essere arrivati, e ampliano la nostra prospettiva raccontando l’integrazione in modo originale e per niente scontato. Un altro punto di forza del film è il non limitarsi a parlare della sola integrazione razziale, che seppur presente in modo massiccio non è l’unica rappresentata. Giugliani ci mostra anche come può essere soffocante la realtà della provincia per chi ha gusti diversi, per chi è gay per esempio, e come anche tra vicini di paese si creino delle faide fortemente radicate negli abitanti. Dopo aver vissuto la settimana con gli occhi di tutti gli abitanti, ognuno di loro potrebbe avere delle ragioni per finire in cima a quella torre a sparare sulla folla. Ed è qui che il finale spiazza, mostrandoci che non è nessuno di loro e non rivelandoci l’identità dell’attentatore. Una chiusura aperta che lascia sul momento con l’amaro in bocca, ma che riflettendoci a freddo è perfetta. Perché non conta tanto chi è stato a sparare, quanto il fatto che ognuno di loro avrebbe potuto esserlo. Ognuno di loro, o ognuno di noi.

Un racconto corale ben diretto e ben interpretato

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Oltre alla storia, a colpire di La guerra a Cuba sono la raffinatezza stilistica con cui il film viene presentato. Ogni inquadratura è attentamente studiata, così come lo è la fotografia, pensata per riflettere gli stati d’animo di ogni personaggio. E pensare che La guerra a Cuba è un film estremamente low budget, in parte finanziato da all’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), in parte finito di girare con i fondi raccolti dalla campagna crowfunding. Forse è proprio questo ambito in cui è nato il lungometraggio, che rende la narrazione così efficace. Perché La guerra a Cuba è un film partecipato a cui hanno lavorato istituzioni, cittadinanza, stagisti e assistenti, che hanno fatto gruppo intorno a una piccola troupe di professionisti. E così accanto ad attori come Luigi Monfredini, Laura Pizzirani, Antonio De Matteo, Piergiuseppe Francione, Licia Navarrini ed Elisabetta Cavallotti, che con la sua Viola ha vinto il premio come Miglior Attrice al Castelli Romani Film Festival, troviamo nel ruolo di Oluwafemi il giovane Ousman Jamanka, un vero richiedente asilo che ha partecipato al progetto.

La guerra a Cuba è un progetto encomiabile da ogni punto di vista, un film che riesce nell’intento di far riflettere sulla realtà che viviamo ogni giorno. Senza falsi buonismi e senza cadere in retorica scadente, l’opera di Giugliani ci racconta l’importanza di interpretare quello che viviamo con occhio critico, dando voce a chi questa realtà la vive in prima persona.