L’anno che verrà: recensione del film francese

La recensione de L’anno che verrà, film che racconta le vicende di una scuola di periferia nei sobborghi parigini

Integrazione, vita nelle periferie e questione giovanile sono problematiche sempre di grande attualità e che hanno costantemente interessato anche l’arte cinematografica nelle sue diverse declinazioni. L’anno che verrà (La vie scolaire), film franco-arabo del 2019 diretta dal poeta francese Grand Corps Malad (nome d’arte di  Fabien Marsaud) e da Mehdi Idir, racconta uno spaccato di vita scolastica all’interno di una scuola media della periferia di Saint Denis, un comune dell’area metropolitana di Parigi. Nell’istituto, che si occupa principalmente di studenti che non hanno ancora opzionato un indirizzo preciso per il loro proseguo scolastico, arriva la giovane insegnante Samia, la quale diventa vicepreside e sembra essere l’unica all’interno del corpo docente ad interessarsi attivamente per il supporto ai ragazzi in condizione di difficoltà. Il film pone lo sguardo su molti studenti, concentrandosi poi in particolare su Yanis, un ragazzo con grande potenziale ma disilluso e segnato dal contesto in cui è cresciuto, dalle difficoltà familiari e dalle persone che lo hanno circondato nella sua vita.

L’anno che verrà è uno spaccato realistico della vita scolastica nella periferia francese

l'anno che verrà

Non siamo di fronte ad un film originale, nulla di nuovo viene inventato, ma è un racconto pregno di significato e di sincero realismo. La cinepresa dei due registi si muove sapientemente tra le mura scolastiche focalizzandosi sui suoi protagonisti e riuscendo al contempo a mettere a fuoco le situazioni e le difficoltà di tanti diversi ragazzi all’interno del quartiere in questione. Evitando pietismi e moralizzazioni, il film sviscera la realtà con profonda lucidità, rappresentandone il disordine e gli attriti quotidiani, dove la lotta di Samia per salvare i suoi ragazzi diventa il simbolo di una speranza mai sopita ma di innegabile complicatezza. La storia è frutto di una ricerca degli autori realizzata con i veri protagonisti del quartiere di Saint Denis e porta a riflettere sul presente, cercando di far aprire gli occhi allo spettatore con una sensibilità significativa. Leggermente prolisso nella durata, riesce però a tenere un ottimo equilibrio nel registro narrativo, inserendo alcuni elementi da commedia all’interno di un contesto drammatico. Sono molte le circostanze che osserviamo, talvolta anche asfissianti, ma il racconto – senza cercare particolari colpi di scena o sorprendenti soluzioni – le sciorina con intelligenza e delicatezza, perennemente in equilibrio tra drammaticità intrinseca e possibilità di riscatto, riferendoci di come sia difficile cambiare le cose ma anche di come valga sempre la pena di lottare per un futuro migliore.

Il film di Grand Corps Malad e Mehdi Idir è caratterizzato da una grande veridicità sostenuta dalle interpretazioni di un cast non professionista

l'anno che verrà

L’anno che verrà non è consolatorio, si sviluppa con grande sincerità e onestà, parlandoci di razzismo e classismo, due problematiche che si intrecciano drammaticamente, diventando facce della stessa medaglia. L’emarginazione viene presentata infatti come una miscellanea delle due questioni, con il dito che viene puntato verso un sistema sociale ed educativo troppo rigido e incapace di creare un’inclusione solida. Allo stesso tempo non c’è neppure assoluzione per i comportamenti talvolta estremi di Yanis, ma solamente un corretto desiderio di contestualizzare azioni e reazioni, compresa quella tensione continua all’autodistruzione del ragazzo. Robusto, in certi passaggi quasi documentaristico, il film è capace di coinvolgere emotivamente e creare empatia verso il suo gruppo di personaggi che si battono tra le difficoltà quotidiane. Il lavoro è poi impreziosito dalle interpretazioni di un cast composto prevalentemente da attori non protagonisti, che gli donano ulteriore veridicità e adesione alla realtà, essendo per altro molti di loro anche residenti nel quartiere in cui si svolge la storia.

L’anno che verrà è sincero e significativo nel raccontare discriminazioni e diseguaglianze che attraversano l’universo giovanile

l'anno che verrà

Non è un film innovativo, ma è un film importante e necessario per ricordarci che ancora oggi troppe sono le disparità e le condizioni di povertà e marginalità sociale che proliferano nella nostra società, spesso addirittura acuite anziché ridotte. Un atto di denuncia contro un mondo che lascia i suoi ragazzi in preda allo sconforto, che li fa arrendere soffocandoli tra quotidiane violenze e pregiudizi crescenti, ma dove esiste ancora qualcuno disposto a battersi per cambiare lo status quo. Non c’è soluzione suggerita o pronta, ma solo un’impellente necessità manifesta. Talvolta è bene che film come questo ci ricordino con verosimiglianza e consapevolezza l’esistenza di una fetta importante del mondo giovanile che lotta coi problemi quotidiani di un sistema respingente, raccontando la complessità di scelte e decisioni e la difficoltà dell’ambiente scolastico nell’entrare in sintonia con il contesto sociale in cui è inserito.

L’anno che verrà sarà nelle sale cinematografiche da giovedì 9 luglio, distribuito da Movies Inspired.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 2.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 4

3.3