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Yayoi Kusama è una signora oltre la novantina, dallo sguardo vispo e penetrante. Spesso indossa una parrucca a caschetto color rosso fuoco, e porta vestiti adornati da splendidi motivi geometrici, che molto ricordano le sue creazioni artistiche che l’hanno resa celebre. Kusama Infinity, lungometraggio d’esordio della regista statunitense Heather Lenz, racconta attraverso testimonianze, interventi di esperti d’arte e di persone che hanno conosciuto l’artista giapponese, la straordinaria personalità di Yayoi Kusama. Una donna di grande poliedricità, che nel corso della sua lunga carriera ha abbracciato diverse discipline, dalla pittura alla scultura, dalle arti figurative al design, e che tutt’oggi continua a dedicarsi all’arte con passione instancabile. 

Yayoi Kusama: una delle artiste più influenti al mondo

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La scintilla scatta nei primi anni ‘90, quando Heather Lenz si avvicinò per la prima volta all’arte di Kusama. Le conturbanti opere minimal dell’artista giapponese fanno breccia sin da subito nel cuore della Lenz – che peraltro durante la realizzazione del documentario si è sposata con un giapponese – grazie all’afflato di innovazione di cui sono portatrici. Oggi Kusama è una delle artiste più influenti al mondo, ha esposto le sue opere in tutti i più prestigiosi centri d’arte, tra cui spiccano il Georges Pompidou e la Tate Modern di Londra. Ma il successo planetario di cui gode attualmente è figlio di un percorso tutt’altro che privo di patemi – Kusama tentò persino il suicidio a più riprese – e di ostacoli: prima l’impossibilità di emergere in una realtà ancora molto arretrata come quella giapponese, poi il trasferimento negli Stati Uniti con l’obiettivo di sviluppare le proprie abilità in un contesto più dinamico. Poi, finalmente, arriverà il meritato riconoscimento da parte della critica internazionale, dalla quale era sempre stata relegata in posizione subalterna rispetto ai celeberrimi autori suoi contemporanei.

La reiterazione ossessivo-compulsiva e la fobia per il sesso di Kusama

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Kusama Infinity è un prodotto di ottima professionalità, che scava con approfondimento tra gli archivi, scorgendo inoltre aneddoti di difficile reperibilità. Sarebbe stato tuttavia preferibile un maggiore lavoro di indagine sulle vicende personali di Kusama, in particolare sul versante emotivo che concerne l’inquietudine esistenziale di cui la donna è stata vittima fin dall’infanzia. La reiterazione ossessivo-compulsiva di determinate azioni – aspetto che è facile evincere da numerosissime opere di Kusama – è dovuta, secondo il parere degli psichiatri, ad un trauma vissuto in età infantile, che viene fatto risalire all’episodio in cui la piccola Yayoi sorprese il padre durante un atto sessuale. Da lì la fobia per il sesso che, assieme alla continua riproposizione nelle sue opere di morbide protuberanze che richiamano la figura fallica, finisce per diventare uno dei principali leitmotiv di tutta la produzione artistica di Kusama. Ma il muro immaginario che l’artista erige dinanzi a sé rimane invalicabile, viene anzi solamente accennato, prediligendo invece un’analisi cronachistica anziché fare leva sull’operazione di introspezione psicologica di una figura davvero molto stratificata.

Le musiche lisergiche di Allyson Newman accompagnano lo spettatore nel variopinto viaggio alla scoperta dell’arte di Kusama, con la grazia della musica classica e il fascino delle note orientaleggianti. Kusama Infinity funziona indubbiamente come buono strumento didattico, è utile per la sua prerogativa di istruire con sguardo disincantato, pur tuttavia senza riscrivere gli stilemi tipici del documentario tradizionale. L’impalcatura è abbastanza convenzionale, la carne al fuoco è molta, e talvolta non perfettamente a fuoco, tanto da poter risultare, a tratti, un assemblamento di materiale non completamente amalgamato. Non del tutto esente, inoltre, da qualche cerebralismo di troppo.

Kusama Infinity uscirà nelle sale italiane a partire dal 4 marzo e verrà distribuito da Wanted Cinema, in collaborazione con Feltrinelli Real Cinema.

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