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Dell’innata spensieratezza dei quattordici anni Ola possiede solamente l’icona di un sorridente pupazzo blu disegnato sulla maglietta. L’irresponsabilità volatile e sorniona non le è concessa, men che meno passare più del tempo dovuto con le amiche di scuola o il lusso di farsi bella allo specchio la mattina della prima comunione del fratello Nikodem. Quella di Ola è un’adolescenza che si esprime solo nell’età anagrafica e in una forza interiore insita in un’età di raro vigore e capacità di rialzarsi, sempre, nonostante tutto. Tra gli spazi angusti di una casa che cade a pezzi fatta di elettrodomestici fatiscenti e oggetti che si ammassano, la telecamera della regista polacca diventa il quarto componente di una famiglia in difficoltà, che arranca in una routine di disagio e dignità. Komunia, film d’esordio dell’attrice e regista polacca Anna Zemecka, è stato riproposto al 32esimo Trieste Film Festival dopo la sua vittoria nel 2016 nella sezione documentari e il premio agli EFA nel 2017.

Nella routine di Ola si rintracciano i gesti quotidiani di un legame famigliare indissolubile

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Che Ola abiti in Polonia alle porte di Varsavia, poco o nulla ha a che vedere con la riflessione ultima del film. Stavolta, provenienza, politica, territorio diventano opzioni interscambiabili di una storia universale che si presta, si plasma e si moltiplica a mille altre storie nel mondo di famiglie disfunzionali, che di quel non essere funzionali e tradizionali, hanno invece trovato il respiro comune di un legame assoluto. Komunia ci mostra la routine di Ola e della sua famiglia. Lei, figlia di un padre alcolizzato spesso assente e una madre fantasma (e anaffettiva) che appare a solo a fine film, quando finalmente Ola, accanto ad una finestra che le fa da cornice alle tante, troppe telefonate andate a vuoto, finalmente riceve un sì alla trattenuta ma agognata volontà di farla venire alla comunione del fratello. Ma nella quotidianità di Ola c’è soprattutto il fratello Nikodem che soffre di autismo, una stralunata ed estrema forma d’intelligenza che lo porta a vedere l’invisibile tra animali parlanti e un’immaginazione così fervida da capovolgere l’assurdità del reale.

La telecamera della Zemecka assume un quarto punto di vista amorevole e di profonda ammirazione

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“La realtà diventa finzione” dice a un certo punto Nikodem, in uno dei suoi discorsi fatti tra sé. Ed è così. Perché quella della Zemecka è un’operazione così dolorosamente vera che sembra messinscena di sé stessa. E questo grazie ad uno sguardo di estrema tenerezza rivolta ad una ragazza non più bambina che è figlia, madre, sorella, maestra, adulta e troppo poco amica, compagna, adolescente. La macchina da presa che li osserva si fa in disparte, non supera mai il confine imposto da una giusta distanza necessaria a vedere chiara una vita di stanchezza (le pulizie a casa, i cibi riscaldati, i libri nello zaino, le chiamate a papà per farlo tornare a casa invece di bere al solito pub) e al tempo stesso di amore e sacrificio (imparare ad allacciarsi le scarpe, ripetere a memoria il Padre Nostro per la confessione, una festa improvvisata in una palestra in cui Ola finalmente può permettersi di tornare ad essere piccola).

Komunia: drammaticità e tenera ironia

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Komunia ci restituisce uno spaccato di un’infanzia già adulta. Nel film, – non mancando di momenti veri e drammatici dei colloqui mensili con i servizi sociali, il sogno infranto di un ritorno a casa materno che dura talmente poco da non poterci stare male, – cattura anche quelli quelli più delicati in cui l’ironia nasce da un colloquio tra un prete e Nikodem sul perché la gola, secondo lui, non sia un peccato mortale. “C’è qualcosa di normale qui?”, griderà Ola in lacrime, in un momento di sconforto. Forse è tutto così dolorosamente normale da sembrare inverosimile. Perché sbaglia la madre di Ola quando dice che gli adulti hanno problemi che i bambini non possono capire – rispondendo al figlio che le chiede perché si sentisse triste. I bambini lo intuiscono, lo sanno, lo comprendono, lo assorbono. Sempre. Più degli adulti.