GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

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In nome di mia figlia è ambientato nella Germania del 1982. Kalinka, figlia quattordicenne del contabile André Bamberski, muore mentre è in vacanza con sua madre e il suo patrigno, il dottor Dieter Krombach. Dapprima arrendevole dinanzi all’inspiegabilità e alle circostanze misteriose in cui la morte di sua figlia sarebbe avvenuta, Bamberski comincia a indagare personalmente su quello che ritiene un omicidio volontario e il suo sospetto principale è proprio Krombach. Tuttavia, aprire un procedimento giudiziario per farlo incriminare in Germania o in Francia, e ottenere giustizia, sarà più difficile del previsto.

In nome di mia figlia: Vincent Garenq firma un’opera ispirata ad una storia vera

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“Tratto da una storia vera” sono le parole, scritte, con cui si apre il quarto lungometraggio di Vincent Garenq. Fin qui, nessuna sorpresa: In Nome di Mia Figlia non è il primo (e di certo non sarà l’ultimo) adattamento cinematografico di fatti di cronaca riguardanti vicende giudiziarie rimaste in sospeso, quando non addirittura sprofondate nell’oblio. Soprattutto recentemente abbiamo assistito a prodotti dello stesso stampo, seppur orientati verso altre prospettive: si pensi a Il Labirinto del Silenzio, film-dossier di Giulio Ricciarelli che si preponeva l’obiettivo di rispolverare le pagine perdute di quel doloroso e più recente capitolo della Shoah, facendo ricadere su tutto l’occidente le responsabilità del silenzio delittuoso del dopoguerra. Si pensi, ancora, a Devil’s Knot, investigazione di Atom Egoyan sulla controversa vicenda giudiziaria dei “tre di West Memphis” accusati di infanticidio (che ha portato, oltre a questo, alla realizzazione di ben 4 documentari). E André Bamberski, di cui Daniel Auteuil offre un’interpretazione perfetta (cui preferiamo, comunque, quella di Sebastian Koch), non è il primo e né l’ultimo uomo-piccolo che si trova a fronteggiare un monumentale e incrollabile apparato (anche questo lo avevamo già visto milioni di volte, e recentemente grazie a Il Ponte delle Spie, ultima eccezionale opera di Steven Spielberg). Eppure, nonostante la semplicità della propria struttura narrativa – e, soprattutto, senza scomodare titoli che vantano una produzione di tutt’altro livello e rivolti a target di diversa natura –  l’operazione condotta dal regista-sceneggiatore francese ha qualcosa di speciale.

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In nome di mia figlia è un resoconto che si prefissa l’obiettivo di dare importanza a un oscuro caso di cronaca nera, ma senza dimenticare il coinvolgimento della relazione due stati, Francia e Germania, che ne è conseguito e che, probabilmente, ne costituisce la componente più rilevante a livello storico. L’importanza dell’operazione attuata da Garenq è, infatti, quella di aver fabbricato l’impalcatura della sua opera su due piani paralleli, ponendo al centro della questione tanto il dramma famigliare e più intimo di Bamberski quanto, in modo equivalente, quello relativo alla lotta con i meccanismi intricati delle procedure penali. Quella di Garenq è una ricostruzione cronachistica esatta che, nonostante l’attinenza alla realtà e la fedeltà agli eventi così come sono realmente accaduti, non appare mai rigida e fredda. Allo stesso tempo, si rifiuta il melodramma ad ogni costo e si preferisce ritrarre la figura di Bamberski così com’è, ovvero un uomo-nessuno avviluppato nella rete di fili della giustizia e che finisce con il sacrificare, nel dolore, i rapporti personali che potrebbero guidarlo verso una nuova vita. L’imperdonabile negligenza della giustizia è il frutto di una battaglia che essa stessa combatte per salvaguardare alcuni uomini piuttosto che altri, ma che – ed è nel fare questo, sebbene attenuando la critica, che si trova la potenza del dramma di Garenq – finisce soltanto con il generare mostri sempre nuovi.

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