In a Lonely Place: recensione del film di Davide Montecchi

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Non hai mai sentito parlare del Mostro di Parigi? E’ uno dei mostri più incredibili di tutta l’umanità, capace di amare qualcuno in modo così puro, perfetto, per l’eternità. In a Lonley Place è il primo film del regista Davide Montecchi, presentato in anteprima alla recente XVI edizione del TOHorror Film Fest.

In a Lonely Place: l’insostenibile pesantezza dell’amore

Sin dalle prime curatissime inquadrature si percepisce quanto questo horror indipendente si distacchi totalmente dall’essere un prodotto amatoriale, dimostrando che il fattore indie non significa affatto mancanza d’esperienza e professionalità.

In a Lonely Place

Non c’è amore senza sofferenza ma c’è sofferenza senza amore. In a Lonely Place, scritto da Davide Montecchi ed Elisa Giardini, ci racconta la storia di Teresa (Lucrezia Frenquellucci) e Thomas (Luigi Busignani), due conoscenti di vecchia data che si ritrovano per scattare alcune foto in un’enorme hotel abbandonato, appartenuto ai nonni dello stesso Thomas. Quest’ultimo ha qualcosa di tremendamente inquietante e diventerà un delirante aguzzino in bilico tra la devozione per Teresa e il desiderio di annientare la stessa.

Superfluo è ogni intento di descrivere meticolosamente la trama di un film come In a Lonely Place, basti sapere che tutto ruota attorno a tre fattori: amore, passione e ossessione, non necessariamente in quest’ordine. A fare da collante al trittico è la crudeltà che inevitabilmente nasce da questi tre sentimenti, una crudeltà primitiva che fa eco ad alcuni riti pagani di cui parlava René Girard ne La violenza e il sacro.

In a Lonely Place

La regia di Davide Montecchi colpisce per la sua eleganza, lunghe inquadrature con lentissimi movimenti di macchina ci mostrano un ambiente decadente che pare immerso nel nulla, colmo di oggetti che non hanno alcun significato.

Ad essere lenta è soprattutto la prima parte del film che alterna presente e passato prossimo soffermandosi su sequenze un po’ troppo “diluite”, un piccolo neo che sparirà una volta innescato il ritmo del linguaggio filmico. L’hotel abbandonato è un luogo ostile ma allo stesso tempo affascinante, pervaso dalla luce arancione del tramonto; raffinatissima è la fotografia (Fabrizio Pasqualetto) di ogni singola scena, per rendere vivida la percezione dello spazio si è optato per lo stesso obbiettivo grandangolare utilizzato da Stanley Kubrick in Shining.

In a Lonely Place è un gioco di specchi

Montecchi gioca con gli specchi per tutta la durata del film mostrandoci ciò che accade attraverso le superfici riflesse, metafora della natura poliedrica dei due protagonisti che confonde lo spettatore: Thomas è un folle psicopatico innamorato e Teresa una malcapitata vittima…ma se guardiamo le cose da una diversa prospettiva scopriremo che non è proprio così. D’altronde l’amore è anche questo, conoscersi attraverso l’altro, condividerne le passioni, subirne le ossessioni e le morbosità, in amore ognuno è vittima e carnefice, concetto che il regista ci mostra in senso letterale attraverso disturbanti sequenze (in primi quella della VHS).

Tanto vale gettare le maschere e mettersi in gioco! È possibile amare così tanto da perder sé stessi?

Si, ancor più in un labirintico hotel dalla minotaurica reminiscenza in cui è sottile la linea che separa l’odio dall’amore, la devozione dalla dipendenza, la sofferenza dalla passione. Il cast risulta azzeccatissimo, perfetti sono i volti dei due attori mostrati con stranianti primi piani, Busignani fa accapponare la pelle e la Frenquellucci ha un fascino in bilico tra ingenuità e spietatezza.

In a Lonely Place

In a Lonely Place è un film sincero e spietato, che non lascia indifferenti, pervaso da una violenza fisica ma soprattutto psicologica. Un puro atto d’amore verso il cinema che fa sperare ancora in un’arte la cui caratteristica prima è la passione.

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