voto del pubblico N/A
voto finale 3.0/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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La coltre di nebbia con la quale inizia Il legionario è la stessa che avvolge il paese, fatta di ferventi contraddizioni e contrappuntata di un odio che talvolta riemerge sibillino. Il film prende vita proprio al suo diradarsi, con uno sguardo sulla mutazione continua che caratterizza la società, nella sua anima sempre più multietnica e nella tensione verso il futuro, attraverso la centralità rimodulata della famiglia.
Il legionario è il lungometraggio d’esordio di Hleb Papou, regista bielorusso naturalizzato italiano, che dopo essere stato presentato al Festival di Locarno approda ad Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma. Un film in cui ha ripreso e ampliato l’omonimo cortometraggio da lui realizzato per il diplona al Centro Sperimentale di Cinematografia, selezionato poi alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Venezia 2017.

Il legionario: la lotta ai luoghi comuni

Il legionario di Hleb Papou

Daniel, nato a Roma da genitori africani, è cresciuto in un palazzo occupato, insieme alla madre e al fratello, che in seguito ha abbandonato per costruirsi una vita propria. Lavora come poliziotto nel Primo Reparto Mobile della Polizia di Stato e abita con la compagna, che aspetta il loro primo figlio. Il reparto di cui fa parte viene spesso chiamato a sorvegliare la situazione o ad agevolare lo sgombero proprio del palazzo occupato in cui vivono la madre e Patrick, il fratello di Daniel diventato leader degli occupanti. Il protagonista, che tiene nascosta la famiglia ai colleghi, si trova così stretto tra due fuochi.

Con Il legionario, Papou penetra all’interno di un paese in continua metamorfosi, che muta e si rinnova più velocemente di quanto possa apparire e che trova nella multietnicità un valore in espansione. Daniel e Patrick sono italiani di seconda generazione, nati in Italia e perfettamente integrati nella società, tanto che sentendoli parlare nessuno sospetterebbe le loro origini africane. Un destino divergente ha portato le loro strade a separarsi. Patrick è rimasto con la madre nel palazzo in cui è cresciuto, insieme ad altri 400 occupanti. È diventato il leader del comitato, strenuo oppositore ai tentativi di sgombero che metterebbe a serio rischio il futuro di centinaia di persone, senza reali alternative proposte dal comune. Daniel invece ha trovato lavoro come celerino, sfidando gli stereotipi legati ad uno dei reparti più duri, chiusi e conservatori della Polizia.

Si trova dunque al centro di due microcosmi ben caratterizzati. Da una parte il cameratismo del reparto, fatto di rituali, allenamento, coesione, scudi, caschi, con una matrice ideologica che serpeggia ma che non impedisce a Daniel di essere accettato. Dall’altra le sue radici, i suoi affetti, il palazzo come luogo di origine e identitario. L’identità di Daniel è messa però in crisi, stretta in un contrasto all’apparenza insanabile che lo porta a mentire ai colleghi e ad allontanare la famiglia. Lo abita un dualismo tenuto flebilmente in vita da compromessi, che inizia a disgregarsi in prossimità della scadenza verso cui tende l’arco narrativo. L’inevitabile momento in cui il protagonista è costretto a prendere decisioni risolutorie e a veder convergere i due lati della propria esistenza. Il potere e l’opposizione ad esso si specchiano e sembrano perdere i propri confini invalicabili, personificandosi nella figura di Daniel.

Hleb Papou racconta questi due mondi antitetici rifuggendo la retorica che spesso li riveste. Si appoggia al cinema di genere, con uno sguardo allo Stefano Sollima di ACAB e Suburra, per immergerlo nel realismo di volti, corpi e luoghi vivi e pulsanti, simboli di tensioni e contraddizioni in un tessuto sociale in ebollizione. A emergere, ne Il legionario, è anche e soprattutto la centralità della famiglia, nelle sue diramazioni. Un film sulle figure paterne, mancate e desiderate, e sul senso di comunità imprescindibile per la costruzione del futuro.