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Di film e di documentari sulla tragedia dell’Olocausto ne sono stati fatti tanti, ma mai abbastanza. C’è ancora troppo da raccontare e ricordare, ancora troppo da registrare e trasmettere alle future generazioni. Sebbene siano state narrate tante storie, storie dall’importanza incommensurabile, Il contabile di Auschwitz di Matthew Shoychet avrà genuinamente qualcosa di nuovo da raccontare al suo pubblico.

Documentario potente, agghiacciante e caratterizzato da una prospettiva, a tratti, inedita, tale retrospettiva sull’inumanità del nazismo riesce sin dai primi minuti a colpire l’animo dello spettatore, stabilendo con lui una forte connessione emotiva, e riesce ad assumere un valore ancora più immenso ora che la società odierna sembra essere dominata da minacce che, assumendo sempre più i tratti che hanno definito l’orrore dei fascismi, aleggiano in Europa come se fossero fantasmi del passato pronti a tornare in vita.

Il contabile di Auschwitz offre una prospettiva inedita su ciò che è stato l’Olocausto

Il contabile di Auschwitz cinematographe.it

È sempre difficile per un regista approcciarsi alla tragedia dell’Olocausto, un argomento così importante, così difficile e così stratificato: in ogni immagine, in ogni dialogo e in ogni parola, si aggira il rischio della superficialità, dell’inattendibilità storica e, perciò, dell’offesa. Nonostante tutte le difficoltà che il raccontare un dramma di tale portata può comportare, Matthew Shoychet è riuscito nell’intento di dar vita ad un documentario brillante, capace di informare e, al contempo, sconvolgere.

Complesso e dettagliato, Il contabile di Auschwitz offre al suo pubblico una prospettiva inedita su quello che è stato l’Olocausto, raccontandolo con parole sincere, crude e brutali, ricostruendolo attraverso una narrazione trasparente e fortemente realistica: non esiste, quindi, alcuno spazio per le ombre della censura.

Lontano dalla concretezza, dalla semplicità e dalla linearità che il pubblico potrebbe inizialmente aspettarsi, il documentario si snoda attraverso dettagli e informazioni dalla densità sbalorditiva, una densità che solitamente non concorda con i prodotti destinati ad una vasta scala di spettatori. Le informazioni trasmesse ne Il contabile di Auschwitz sono organizzate sistematicamente e riassunte in un modo per nulla approssimativo né frettoloso, caratteristiche che rendono la visione ancora più gradevole e stimolante.

Senza mai arrendersi al favoritismo a cui il sentimentalismo potrebbe condurre, il documentario di Matthew Shoychet offre al pubblico un ritratto completo e variegato, ambiguo e complesso del nazista Oskar Gröning, il cui epiteto con cui era conosciuto all’epoca dà il nome alla pellicola stessa. Le luci si fondono con le ombre, nella complessità di tale documentario.

Soggetto principale intorno al quale si dirama l’intera struttura narrativa de Il contabile di Auschwitz, Oskar Gröning viene dipinto dal regista Matthew Shoychet durante il recente processo di cui è stato imputato nel 2015 e per il quale è stato arrestato durante la sua vecchiaia con l’accusa di aver contribuito indirettamente allo sterminio ebraico. Una decisione controversa, considerando che Gröning non uccise mai nessuno nelle camere a gas e che non uccise mai nessuno nemmeno con un colpo di pistola. Oskar Gröning era incaricato all’organizzazione dei beni che gli ebrei, ignari, portavano inutilmente con loro quando arrivavano nei campi di concentramento dove i più avrebbero trovato la morte. Era incaricato alle tonnellate di braccialetti e di orologi, di anelli e di cimeli che erano appartenuti alla stessa famiglia da sempre. Era un ragioniere e forse, come viene ripetuto numerose volte da un professore di Princeton, non era nemmeno un assassino.

Documentario fondamentale che dovrebbe essere visionato da tutti coloro che sono interessati ad approfondire le proprie conoscenze sulla deplorevole tragedia di massa che ha sconvolto l’Europa della seconda guerra mondiale, Il contabile di Auschwitz sfrutta intelligentemente la storia di un singolo, Oskar Gröning, per offrire allo spettatore un quadro realistico di ciò che è stata la brutalità dell’Olocausto, ponendo al proprio pubblico una domanda: quanto può essere inumano l’uomo? Una domanda che forse, nostro malgrado, resterà ancora irrisolta per lungo tempo.

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