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L’audacia di inserire in un film il tormentone estivo Dragostea Din Tei, lo aveva avuto solo Xavier Dolan che, con la solita nonchalance, aveva sfruttato le martellanti sonorità balcaniche e ultra-pop della cantante dance Haiducii per stonare la frivolezza del brano con l’atmosfera funerea da ultimo addio del suo dramma famigliare È solo la fine del mondo. Diciassette anni dopo – e decisamente troppi remix – la hit estiva del 2004 ritorna sotto forma di featuring dalla stella R&B Rihanna, spuntando con sorpresa nella colonna sonora de I Mitchell contro le macchine, all’interno di due momenti cardine.

Tratti autobiografici e un’idea nata on the road

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Nel primo, il capofamiglia Rick (Danny McBride), constatata tristemente la disconnessione emotiva con la primogenita Katie (Abbi Jacobson), per tentare di ricucire il rapporto con la stessa, inserisce nell’autoradio della station wagon sulla quale stanno viaggiando, la vecchia cassetta del brano che le piaceva tanto ascoltare da piccola, svelandosi rovinosamente un’idea fallimentare: dalla figlia solo sbuffi, occhi al cielo e poi, ancora, costantemente attaccati al cellulare. Nel secondo, prossimo all’eroico finale, il brano Live Your Life che inizia proprio con le inconfondibili note della canzone romena, sottolinea in quell’armonioso ritorno al passato un tempo condiviso fra padre e figlia, la presa di coscienza di essere gli unici rimasti a salvare la specie umana –  in quella sorta di apocalisse androide nel quale l’umanità rischia l‘estinzione anche a causa degli inquietanti Furby.

L’idea di un papà avverso alla tecnologia e ancorato a uno stile di vita analogico, al regista Mike Rianda, non è venuta solamente dalla vita condivisa con il proprio di padre, uomo all’antica, amante della caccia e della pesca; ma dalla realizzazione da adulto di essere diventato esattamente come lui: quella smania a tavola di non staccare mai gli occhi dallo smartphone notata nei suoi nipoti, iniziava proprio a non andargli giù. Quando la Sony Picture Animation lo ha contattato per proporgli una collaborazione, Rianda inizia a delineare il soggetto del film nel suo viaggio in auto da Los Angeles alla sua città natale Salinas in California esattamente sulla sua biografia, e da allora finzione animata e realtà in carne ed ossa cominciano a non distinguersi più.

I Mitchell contro le macchine: la stravagante storia normale di una famiglia fuori dagli schemi

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I Mitchell sono una famiglia ‘stramba’, spiccatamente fuori dagli schemi senza il vanto di esserlo. Ognuno imperfetto a modo suo, guardano alla patina impeccabile dei vicini di casa con sguardo ammirevole, non sentendosi spesso all’altezza ma senza farsene un cruccio. Tra i quattro, più il carlino Monchi, a non andare affatto d’accordo sono appunto Rick e la figlia prossima al college Katie, cinefila e outsider dipendente dalla luce blu degli schermi del pc, decisa a percorrere la sua strada d’indipendenza sognando un futuro da regista come i suoi idoli al femminile Céline Sciamma, Lynne Ramsey e Greta Gerwig. Consigliato dalla madre Linda (Maya Rudolph), donna protettiva e dolcemente ottimista, e dal fratellino Aaron (Mike Rianda), Rick decide di accompagnare Katie alla scuola di Cinema in California in un viaggio famigliare sulla vecchia Chevrolet Celebrity, sperando di appianare le incomprensioni e aprire uno spiraglio di ritrovato confronto.

Ma nella Silicon Valley, durante una di quelle adrenaliniche presentazioni dei nuovi prodotti tecnologici in stile Apple, PAL (Olivia Colman), l’assistente personale per smartphone tanto in voga, inizia a ribellarsi al suo creatore Mark Bauman (Eric Andre): una sorta di Mark Zuckerberg del 21esimo secolo, la cui ambizione però ha fatalmente omesso una falla nel sistema dei robot casalinghi. Gli androidi dell’evoluzione di PAL, iniziano sistematicamente a imprigionare ogni umano in una cella a nido d’ape, nella quale vengono messi letteralmente difronte ad uno schermo ad assorbire passivamente contenuti digitali della stessa azienda. Ma i goffi Mitchell saranno gli unici in grado di salvare l’umanità intera, trovando nella dirompente potenza dell’amore famigliare l’arma più distruttiva.

Il computer imita il tratto manuale dell’artista per raccontare l’universo umano

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Adrenalinico viaggio on the road, commovente coming-of-age, contemporaneo action sci-fi: I Mitchell contro le macchine esplora meravigliosamente le potenzialità divergenti di più generi e registri narrativi, regalando uno dei migliori film d’animazione Netflix. Il già citato regista Mike Rianda e il suo vice anche in sceneggiatura Jeff Rowe danno vita e ritmo ai vivaci disegni di Lindsey Olivares, maneggiando assieme al direttore creativo Toby Wilson e agli effetti speciali del Supervisor Michael Lasker, due mondi differenti. Un doppio vocabolario formativo è infatti quello che in I Mitchell contro le macchine riesce a catturare, anche oltre il cuore del messaggio narrativo di ripensamento dell’uso tecnologico senza però alcuna demonizzazione, scegliendo l’imitazione artigianale del disegno in 2D per veicolare l’umanità e le imperfezioni famigliari e, diametralmente opposta, l’esaltazione delle palette fredde della spoglia monumentalità del mondo robotico dall’altra.

Riflessione digitale e incomprensioni generazionali: I Mitchell contro le macchine è il coming-of-age visto da Katie

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Se il mondo carnale e traballante dei Mitchell avviene allora grazie ad un evidente lavoro di illuminazione e illustrazione dei corpi che passa attraverso la mano dell’artista; l’intelligenza artificiale della fissità androide allora tende a ispirarsi a chiari riferimenti fotografici delle app più famose al mondo. Ma questo non è solo il racconto sulla famiglia di Katie, il film, prodotto dai creatori del premio Oscar Spider-Man: Un nuovo universo, può essere inteso anche come l’opera prima montata e girata direttamente dalla sua protagonista Katie: il tocco visionario da teenager filmmaker e avvezza ai meme dei social aggiunge una personalissima pennellata ultra-dimensionale.

Empatico, umano e generoso il film di Rianda, pur sempre imperfetto, risuona per la sua incredibile valorizzazione delle naturali incomprensioni generazionali, veicolando la positività e la commozione che quel nucleo famigliare, spesso così resistente alla messa in discussione delle proprie verità, può ritrovare esattamente nel compromesso tra due poli opposti la rinascita. Il senso di protezione di un genitore, e lo stesso– se possibile – ancora più intenso dei figli verso i genitori, è più poderoso di qualsiasi inconfutabile intelligenza artificiale che le macchine, peggio per loro, non capiranno mai.