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“Non posso vedervi dal vivo, ma diamo un’opportunità a questo modo alternativo, che forse è una bella occasione di inventare una sorta di nuovo grande cinema online invece del cinema che abbiamo amato finora; cogliamo questa opportunità per goderci il film. Possiamo prenderla con ottimismo o pessimismo, cerchiamo di vederla nel modo giusto e combattere i tempi, la sfortuna, la pandemia, troviamo il lato positivo delle cose. Questo è ciò che vi direbbe anche Marina”.

Il regista Boris Miljković presenta così il documentario biografico su Marina Abramović Povratak Kući – Marina Abramović i njena deca, presentato alla trentaduesima edizione del Trieste Film Festival nella sezione Art&Sound. “Homecoming”, un ritorno a casa significativo e simbolico, quello ritratto dal regista, che ripercorre le origini dell’artista, dall’infanzia tormentata in Jugoslavia, i difficili rapporti con la madre, l’affetto del padre, alla nuova patria statunitense, l’incontro con Ulay, suo compagno d’arte e di vita per dodici lunghi anni. Parallelamente alla storia, passato e presente dell’artista, viene indagato il suo rapporto con i reperformers, un gruppo di “allievi autonomi” che hanno fatto tesoro delle emozioni di Marina per riproporre, con una propria peculiare cifra artistica, i suoi numeri più famosi. “Per essere davvero liberi ci vuole disciplina”, una costante che accompagna la vita dell’artista nell’elaborazione del dolore e dell’accettazione del proprio corpo, nella purificazione dello spirito e nel contatto con il pubblico, un contratto emotivo che Marina Abramović sottoscrive offrendosi liberamente alla sensibilità umana.

Homecoming: Marina Abramović e il peccato originale

Vengo da un luogo buio, la Jugoslavia del dopoguerra a metà anni ’40“. Inizia così il documentario biografico sulla vita di Marina Abramović, un racconto dettato con forza viscerale sugli orrori della dittatura comunista; un quadro che indaga, attraverso le parole dell’artista, il grigiore e la carenza perpetua di ogni cosa nella sua Belgrado, dove tutto era di seconda mano, dipinto di un verde sporco e illuminato da una luce grigia che appesantiva gli occhi. Un senso di oppressione e depressione derivante da un tipo di estetica basata sulla disarmonia. All’età di quattro anni Marina vede una linea retta attraversare la strada. Un serpente (il primo incontro con la paura che tornerà spesso nelle sue performance) attira la sua curiosità, mentre il terrore proviene dalle grida di chi le sta accanto: “Incredibile come la paura venga instillata in te da chi ti circonda, all’inizio sei così innocente e non lo sai“.

Homecoming: Marina Abramović and her children nasce con The Cleaner,  la retrospettiva museale dedicata ad una delle personalità più controverse della performing art, un’artista che ha sacrificato il suo corpo allo sguardo dell’altro con l’unico obiettivo di offrirsi liberamente al giudizio, allo scherno, all’adorazione, al tocco empatico di chi ha saputo riconoscerla. Il punto di arrivo è Belgrado, città natale di Marina Abramović: Boris Miljković conduce lo spettatore all’interno della vecchia casa dell’artista, affiancando un racconto didascalico ed immaginifico atto a ripercorrere visivamente l’infanzia e le origini di Marina. A distanza di quarant’anni di delusioni, amori sbagliati, successi e fallimenti all’estero Marina ritorna a casa, “sa bene che tornare a casa non è un passo facile, ma è l’ultima tappa, un’opera che condensa tutta la sua vita” (Boris Miljković).

I reperformers e “The House with the Ocean View”

La seconda parte del documentario è dedicata ai reperformers, un gruppo di giovani artisti seguiti da Marina che ne condividono i valori riproponendo i suoi numeri più famosi. Boris Miljković presenta Lyn Bentschik, artista e reperformer del gruppo Atvara a Stoccolma. Cinque artisti, dotati di corpi con sensibilità e abilità differenti, lavorano con persone diversamente abili per superare e sovvertire un modello che ostracizza il diverso arrogandosi il diritto di definire chi possa salire su un palco o avere un ruolo nella società. Le “restrizioni” vengono così impiegate come strumenti creativi, esaltando il valore comunitario dell’esperienza. Caratteristica essenziale dei reperformers è l’autonomia creativa, la condivisione delle opere di Marina esclusivamente come sottotesto e input per dar libero sfogo alla testimonianza personale, una trasposizione libera e mai fedele in cui l’artista entra nel presente catartico con il proprio corpo, nudo di fronte a qualcuno che osserva. “Non rimettiamo in scena le sue opere, siamo noi con tutto il nostro essere. Non funziona se cerchi di essere qualcun altro” (Lyn Bentschik).

Lyn Bentschik ripropone il numero di Marina “The House with the Ocean View“, un’esperienza di isolamento di 12 giorni consecutivi completamente a digiuno. Tre stanze adiacenti sopraelevate presentano le tre diverse unità domestiche in cui l’artista dovrà vivere sotto lo sguardo continuo del pubblico che potrà osservarla mentre mangia, dorme, fa la doccia, usa il bagno. A collegare le stanze alla terra tre scale dove i pioli sono sostituiti da lame affilate di coltelli, che impediscono all’artista di evadere. Una performance volta a comprendere se sia possibile purificarsi compiendo una routine quotidiana rigida, e in che modo questa rigenerazione agisca sul campo energetico personale del pubblico.

Marina Abramović, Ulay e The Artist is present (2010)

Ulay, pseudonimo di Frank Uwe Laysiepen incontra Marina in una galleria di Amsterdam nel 1976 ed insieme danno vita ad un sodalizio artistico che, di pari passo alla relazione sentimentale, si evolve progressivamente per dodici anni fino al 1988. Un binomio inscindibile dell’anima che li lega nella rappresentazione totalizzante, a tratti estrema, dei corpi tratteggiati nella loro forza espressiva e travolgente. La conclusione del rapporto combacia con la loro ultima performance, The lovers: The great wall walk, un viaggio di 90 giorni in cui percorrono separatamente l’intera muraglia cinese partendo dagli estremi opposti per dirsi addio ritrovandosi all’esatto centro (27 giugno 1988). Un’opera monumentale, un epilogo incredibilmente umano che ha riacquistato vigore in occasione della mostra “The Artist is present” al Moma di New York (2010). Seduta per 736 ore Marina Abramović osserva senza giudizio chiunque voglia sedersi sulla sedia di fronte a lei: tra il pubblico, a sorpresa, compare Ulay (scomparso il 2 marzo 2020 a causa di un tumore). Dopo anni di contrasti dovuti alla spartizione dei diritti dei progetti, i due sembrano riconciliarsi tra le lacrime, concludendo materialmente, ma non spiritualmente, il cerchio del loro legame artistico e personale.