Hollywood Homicide è uno di quei film che sulla carta ha tutto per vincere, tutto per essere un grande film, e la sensazione che si prova leggendo i nomi degli attori, la trama, il regista mentre aspettiamo in sala che tutto abbia inizio è la stessa che si ha al primo appuntamento con la ragazza di cui siamo innamorati da anni: felicità pura!

Hollywood Homicide, diretto da Ron Shelton e con due simpaticissimi divi del calibro di Harrison Ford e Josh Hartnett aveva tutto per essere un cult, un grande successo.

Ed invece siamo costretti a parlarvi di un film che si è giocato malissimo le sue carte – un fiasco al botteghino – e che è stato letteralmente massacrato dalla critica, che ha onestamente dovuto maltrattare un film che non ha mantenuto le aspettative (come capita sempre con l’appuntamento romantico di cui sopra), pur non essendo comunque il grande crimine contro l’arte del cinema che si è cercato di far credere.

Ron Shelton e lo sceneggiatore Robert Souza si sono ispirati ai ricordi di quest’ultimo, quando serviva in qualità di detective di omicidi nel Dipartimento di Los Angeles, arrotondando nel tempo libero come agente immobiliare.

In effetti Hollywood Homicide ci mostra fin dall’inizio come i due protagonisti, detective dalla LAPD, siano due sbirri molto sui generis.

L’esperto e a tratti un po’ cinico Joe Gavilan (un simpatico Harrison Ford) è infatti costretto ad arrotondare come agente immobiliare per pagare gli alimenti alla ex moglie, mentre il giovane ed aitante K.C. Caden (Josh Hartnett all’apice della popolarità) coltiva il sogno di recitare e insegna yoga in una palestra dove le clienti fanno a gara per portarselo a letto. Insomma, non i classici detective alla Humphrey Bogart per intenderci.

I due sono chiamati a indagare sull’omicidio di quattro rappers avvenuto in un locale, sul quale sembrano allungarsi le mani della classica faida tra case discografiche della black music, ma non tutto è ciò che sembra.

In Hollywood Homicide Ron Shelton si dimostra essere un esperto nella regia di film incentrati sulla contrapposizione tra maschioni alpha e amore, il tutto con garbo e ironia, ponendo il menage a trois sempre dietro l’angolo!

Del resto Shelton è il regista di ottimi film come Bull Durham, Blaze, White Men Can’t Jump, Tin Cup e Play it to the Bone. Tutti film belli, divertenti, intelligenti e dove l’amicizia virile viene ora elevata, ora decostruita nella sua dimensione mitologica e romantica per lasciare spazio a una visione della vita dove gli uomini, sovente, sono anche più pettegoli, gelosi e irrazionali delle donne.

Questo Hollywood Homicide non fa eccezione, e infatti il regista si impegna come non mai a distruggere i vari miti dell’epoca dell’hard boiled.

Detective senza paura? Beh dipende… più che altro senza raziocinio. Gli sbirri di Los Angeles non guardano in faccia a nessuno? Beh dipende! Se la faccia è quella di una bionda popputa il caso può aspettare. Il lavoro innanzitutto? Dipende da quale lavoro! Il primo o il secondo? O magari il terzo? Chiaro che con queste premesse serviva una giustificazione narrativa, una trama complessa, accattivante, con un nemico carismatico e delle presenza femminili che giustificassero il tutto magari (come in ogni poliziesco che si rispetti).

Ed è qui che Shelton ha commesso l’errore, dal momento che la sola Lena Olin non basta a fare del gentil sesso qualche cosa in più di una semplice tappezzeria umana sullo sfondo di un racconto dove le donne (perno di ogni noir o hard boiled che si rispetti) non sono valorizzate e risultano totalmente assenti.

E bisogna aggiungere, per quello che riguarda i cattivi, che Hollywood Homicide abbonda in quantità ma non in qualità; non convincono né l’antipatico comandante di Bruce Greenwood, né il produttore mezzo gangster di Isaiah Washington e men che meno il poliziotto corrotto di Dwight Yoakam.

Come diceva Fernando Savater “una storia senza dei buoni cattivi, è come un hamburger senza patatine fritte”.

E in effetti è questo il punto debole che si può perdonare meno a Hollywood Homicide: l’assenza di una vera nemesi, di un vero cattivo, o di un qualcosa che si frapponga seriamente ai protagonisti, che alla fin fine risultano pure un po’ antipatici.

Hartnett e Ford hanno una buona chimica, in certi istanti però sembrano più che sbirri, quasi padre e figlio, e sbruffoneggiano un po’ troppo e non riescono mai a catturare le simpatie dello spettatore fino in fondo. Anche qui il problema è nella sceneggiatura, che ha concepito due personaggi che al di là dell’età sono pressoché identici: furbi, egocentrici, cinici, parecchio paraculi e non particolarmente interessati a fare i poliziotti. E dopo il finale assurdo c’è ben poco che ci trattenga da gridare “Arridatece Philip Marlow!!!” 

Dove sono finiti i piedipiatti di una volta? I duri dal cuore d’oro? A conti fatti forse conviene ripescare Gli Intoccabili, Il Mistero del Falco, Sin City, Scomodi Omicidi e persino Blade Runner, dove potremo ritrovare ciò che cercavamo in un film a tratti divertente ma troppo banale: poliziotti incorruttibili, donne fatali, vicoli avvolti dal fumo e dal giusto sound, occhiate languide e, sopratutto, nemici che valeva la pena combattere.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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