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Anteprima italiana nella sezione Fuori dagli Sche(r)mi della trentaduesima edizione del Trieste Film Festival Gorod Usnul (In Deep Sleep – Sonno Profondo) è l’esordio alla regia di Marija Ignatenko, una storia cruda, dalle fattezze oniriche, che gioca sull’opposizione tra sonno e veglia, metafora di una realtà impossibile da elaborare.
Girato completamente in Russia, Gorod Usnul – presentato alla Berlinale 2020 nella sezione Forum –  “è un film sulla perdita. Quando perdi qualcuno che ami, ti senti come se il mondo improvvisamente smettesse di esistere. Come se si addormentasse” sottolinea la regista, che decide di ridurre al minimo interpreti, dialoghi e artifici retorici per rendere senza architettura alcuna lo smarrimento e la desolazione che conseguono la perdita di una persona cara. A dominare nel film sono le cromie grigio-verdi che con l’uso afflitto di piani sequenza stantii e flemmatici si radicano sotto pelle generando un profondo senso di nausea. Un patto implicito tra la regista e lo spettatore che confonde i piani esistenziali alla strenua ricerca di empatia e dispiega i frammenti della memoria umana presentandoli come una carrellata di disegni inconciliabili, sovrapposti, dai contorni sfumati.

Gorod Usnul: il limbo silenzioso di chi giace dormendo

Gorod Usnul Cinematographe.it

Il film si apre con il processo intentato contro Viktor (Vadik Korolev), accusato di aver picchiato a morte un meccanico sulla barca dove lavorava come marinaio. In tre capitoli progressivi Marija Ignatenko mostra tre diverse combinazioni di eventi che avrebbero potuto portare Viktor all’omicidio, distaccandosi da ogni possibile concetto di causalità e portando sullo schermo un racconto freddo, scarno e grigio, metafora di una condizione mentale rassegnata alla perdita. Quando Viktor viene a conoscenza della morte della moglie scende dalla nave e viaggia per due giorni fino all’ospedale della sua città per parlare con il medico e ottenere informazioni circa l’avvenimento. Quando il dottore finisce di parlare Viktor si alza ed esce: ogni cosa sembra aver perso la sua vitalità, ogni casa, edificio, frutto, animale restano immobili; un sonno profondo raccoglie tra le sue braccia uomini e donne, che nudi restano distesi a terra privati della loro esistenza cosciente.

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“Quasi tutti i personaggi del film sono interpretati da veri marinai e da attori non professionisti. Quando abbiamo fatto i casting e scelto le location, ho ritenuto importante rimanere in Russia, con le sue facce, la sua bellezza e bruttezza”. La regista come prova d’esordio sceglie di portare sullo schermo un film profondamente russo, esaltato dalla potenza sorda di un suono che si fa assordante nell’arco narrativo. La città, artica e muta, è avvolta dal silenzio, animata dal solo respiro delle sue anime dormienti. Una quiete fatale, marcata eccessivamente dai primi piani della regista, che attrae nel suo limbo ogni essere vivente pronto a cedere al suo canto, “disturbata verso la fine dalla presenza di quell’unica persona sveglia“. Lo sguardo di Marija Ignatenko perdona l’afflizione di chi ha perso tutto, la traspone significativamente come un lento susseguirsi di immagini contraddittorie, spoglie, evanescenti, avverando un’alchimia di sensazioni inodori, insapori, fortunata nell’intuizione ma costretta da una regia soffocante e acerba nella resa stilistica.