Ghost in the Shell: SAC_2045 – Guerra sostenibile: recensione del film

Il film/riassunto tratto dalla serie del 2020, figlia dal manga di Masamune Shirow.

Ghost in the Shell: SAC_2045 – Guerra sostenibile è un film d’animazione di Kenji Kamiyama e Shinji Aramaki, uscito in Giappone, in venti sale per due settimane, nel novembre 2021 e approdato su Netflix il 9 maggio 2022. Si tratta di un recut della prima stagione dell’omonima serie del 2020, prodotta da Production I.G e distribuita da Netflix, a cui sono state aggiunte alcune scene inedite e un nuovo color grading. Lo scopo di questa operazione è essenzialmente pubblicitario. Tramite il film/riassunto si vorrebbe riaccendere l’interesse per il franchise tratto dal manga del 1989 di Masamune Shirow, in vista dell’imminente uscita sulla piattaforma della seconda stagione.

Ghost in the Shell è un esempio di come la narrativa di un brand multimediale sia in grado di riprodursi e adattarsi ai vari media, offrendo infinite variazioni sul tema. Tra fumetti, anime e film live action, la saga ha dato vita a diversi universi narrativi. Questi sono accomunati dalla presenza degli stessi protagonisti e da un uguale setting di partenza, ma poi prendono, ciascuno, una propria precipua direzione. Il film di Kamiyama e Aramaki, per esempio, si situa in una timeline alternativa rispetto a quella del primo adattamento animato, Ghost in the Shell,  del 1995 e del suo sequel, Innocence del 2005, entrambi diretti da Mamoru Oshii. Più precisamente fa parte della lore di Ghost in the Shell: Stand Alone Complex ed é un sequel del film Ghost in the Shell: S. A. C. Solid State  Society ( Kamiyama, 2006).

Ghost in the Shell: SAC_2045 – Guerra sostenibile: un soft reboot

La storia, per la verità, funge anche da soft reboot. Gli eventi di Solid State Society vengono volutamente ignorati, anche se non negati. Piuttosto, gli autori preferiscono partire dalle ipotesi sulla società futura, ormai prossima alla nuova singolarità cibernetica, elaborate alla fine di S.A.C. dal maggiore Motoko Kusanagi, la ginoide protagonista della saga, dotata di un cybercorpo entro cui risiede un cervello (e dunque un’anima, “ghost”) umano. Effettivamente il mondo descritto nel film è un nuovo mondo, fatto di interrelazioni digitali, in cui tutti sono costantemente connessi e dove ormai la tecnologia cibernetica è completamente integrata con la vita quotidiana, nelle forme di un panopticon invisibile, innesti cibernetici diffusi, lavoratori robot e dispositivi ludico/comunicativi, simili ai nostri. Però, a differenza di quello che il maggiore si auspicava, la nuova società non è caratterizzata da un abbattimento delle frontiere fisiche e da una maggiore uguaglianza sociale, ma è una società classista.

I capi delle quattro nazioni più ricche e alcuni magnati della robotica hanno fatto della guerra un business legalizzato, per rilanciare l’economia a seguito di un default cibernetico ed economico globale. Così i paesi ricchi combattono guerre per procura, determinate da interessi economici, all’interno dei paesi poveri, trasformati in enormi campi di battaglia. In questo scenario si muovono vari gruppi mercenari al soldo dei governi, fra cui quello  del maggiore e dei suoi ex commilitoni della Sezione 9, squadra governativa giapponese, attualmente sciolta, che si occupava di cyberterrorismo. Questa idea della guerra sostenibile, è forse lo spunto narrativo più originale di questa ennesima avventura del maggiore, in quanto risulta una buona e inquietante metafora delle dinamiche di guerra in atto, proprio in questo momento, in varie parti del mondo, come per esempio in Ucraina.

Purtroppo però Ghost in the Shell SAC_2045 evolve velocemente in un action fantascientifico, per poi riconfigurarsi, nel momento del ritorno di Motoko e compagni in Giappone, in un thriller politico cyberpunk fin troppo sui generis. Nel tentativo infatti di legare azione mozzafiato a una certa profondità contenutistica, come da tradizione per  gli adattamenti del manga di Shirow, la sceneggiatura mette in campo il nazionalismo revanscista nipponico, il colonialismo statunitense, la degenerazione giustizialista della democrazia diretta tramite social media, l’alienazione giovanile, il neoliberismo cibernetico e il classico tropo postumanista della reificazione del corpo umano e della sua trasformazione in arma vivente.

Sebbene ciascuno di questi temi abbia infinite possibilità, Kamiyama e Aramaki non riescono ad approfondirne nessuno in maniera soddisfacente. Optano per una caratterizzazione stereotipata e cercano di sfuggire dalle implicazioni più eversive che alcune delle traiettorie narrative delineate potrebbero offrire. Per esempio, cancellata ogni esplicita messa in scena della materialità macchinica del corpo di Motoko, la ginoide viene ridotta a immagine abbastanza classica della femminilità guerriera, tipica delle narrative action holliwoodiane. È assente la crisi d’identità che portava la Kusanagi dell’universo di Oshii, a divenire una delle rappresentazioni pop più significative di quella soggettività cyborg auspicata dalla filosofa femminista Donna Haraway: un’identità ibrida, frutto dell’interconnessione tecnologica, in grado di integrare in una nuova soggettività rizomatica, soggettività antagoniste, femministe, post-colonialiste e non-umane, mettendo in crisi le logiche culturali del patriarcato capitalista e bellicista (a tal proposito è esplicativo il finale del primo film di Oshii).

Invece la Motoko di Ghost in the Shell SAC_2045, è una donna (robot) decisa e cinica, che accetta consapevolmente il proprio ruolo sociale di strumento di guerra. Ovvero la ginoide, abdica al suo simbolismo rivoluzionario e sussume l’estetica maschilista della donna guerriera, trasformata in feticcio sadomaso e frutto di un sistema di intrattenimento troppo asservito allo sguardo post-tarantiniano sul cinema action. Contemporaneamente accetta e propaganda l’ideologia politica sottostante tale sguardo, ovvero quel Realismo Capitalista, che Mark Fisher ha definito come struttura portante della maggioranza delle narrazioni finzionali dei paesi liberaldemocratici, dagli anni ottanta in poi. Questa struttura di pensiero  sostiene l’impossibilità di un cambiamento socio economico di matrice egalitaria e collettivista, in quanto gli esseri umani risultano irrimediabilmente egoisti e la giustizia non può essere raggiunta. Dunque genera una serie di narrazioni cupe dove alla fine sono proprio i valori dell’individualismo egoista e dell’avidità a trionfare, in quanto questi, rispetto alle eventuali alternative (falsamente) utopiche, garantiscono almeno la libertà (del mercato). Così Motoko si trova a criticare apertamente la società in cui opera, ma poi agisce sempre per confermarne lo status quo, combattendo contro quei soggetti che spingono per un cambiamento. In questo caso i Postumani, immagine di un’evoluzione della soggettività cyborg, per cui la simbiosi con la tecnologia produce una ulteriore forma di vita, né umana, né cibernetica, né viva, né morta, a metà fra non-morto e superuomo. Come accennato, però, il film non approfondisce troppo la questione. Si appiattisce sull’ottica della protagonista e riconfigura inesorabilmente queste tematiche complesse in un dispositivo narrativo, volto a generare  scene d’azione spettacolari di matrice videoludica, a intervalli regolari.

Anche dal mero punto di vista dell’intrattenimento questo recut si espone a critiche. Se la messa in scena è per lo più ben congegnata e la regia tutto sommato solida, il character design e le animazioni non lo sono altrettanto. Nonostante il nuovo color grading e l’aggiunta di dettagli in alcuni ambienti, i difetti presenti nella serie da cui nasce il film sono ancora tutti presenti: i movimenti a volte risultano troppo farraginosi, soprattutto durante i combattimenti, le espressioni dei volti tradiscono una certa fissità e mancanza di sottigliezza psicologica, le anatomie sono troppo simili a quelle di pupazzi. Inoltre la parte finale risulta confusionaria, nel suo riassumere una delle storyline fondamentali della serie in circa un quarto d’ora, attraverso un montaggio serrato e onirico, ben fatto, ma che per forza di cose, elimina ulteriore complessità.

In definitiva Ghost in the Shell SAC_2045 – Guerra sostenibile è un prodotto non troppo riuscito, che fa il minimo necessario per cercare di attrarre nuovo pubblico verso la seconda stagione della serie. Rimane la speranza che quest’ultima sarà caratterizzata da animazioni migliori e che, rielaborando gli spunti interessanti, comunque presenti nell’opera, possa dar vita a un’avventura più degna dello statuto iconico del maggiore Kusanagi

Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione

Tags: Netflix

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