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Chi era James Brown? Un pioniere del rhythm and blues. Un cantante eccezionale. Un ballerino al quale star mondiali come Michael Jackson si sarebbero ispirate. Un frontman come pochi altri. Era il Signor Dinamite. Ma colui che viene ricordato come il “padrino del soul” era anche un violento, più volte arrestato per abusi domestici. Era, non da ultimo, un bambino cresciuto in una baracca di legno nei boschi della Carolina del Sud con un padre aggressivo e una madre assente, che ha infine lasciato la famiglia per trasferirsi a New York. Come tutti, anche il Godfather of Soul era tante cose insieme. Tutte presenti nel biopic Get on Up – La storia di James Brown, datato 2014, diretto da Tate Taylor, dove a vestire i panni di James Brown è Chadwick Boseman e che vede tra la schiera di produttori coinvolti anche Brian Grazer e il frontman dei Rolling Stones Mick Jagger.

Nelle oltre due ore di film biografico Taylor ripercorre la storia e la carriera di James Joseph Brown fino al 1993, anno in cui il cantante statunitense, ormai sessantenne, ha pubblicato l’album Universal James capitanato dal singolo Can’t Get Any Harder per poi registrare un paio d’anni dopo all’Apollo il suo Live at the Apollo 1995, il quarto e ultimo disco inciso dall’artista tra le mura del celebre locale di Harlem, a New York. Il resto della vita di James Brown, che si sarebbe spento il giorno di Natale del 2006 per un arresto cardiaco legato alle complicazioni di una polmonite, viene affidato al testo delle ultime schermate, prima che appaiano di titoli di coda di Get on Up – La storia di James Brown. In quel triste giorno, riguardo al quale si agitano ipotesi alternative a una morte naturale e che gridano all’omicidio, si spense, a 73 anni, la stella di James Brown, continuando a influenzare con la sua eredità schiere di artisti.

La star di Black Panther si scatena nelle vesti di James Brown, rendendo onore a Mr. Dinamite

Get on Up - La storia di James Brown - Cinematographe.it

È sempre difficile cimentarsi in un biopic, il rischio di tradire la memoria del suo soggetto, tanto dal punto di vista della trama quanto della resa degli interpreti, è costantemente dietro l’angolo. Lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, il film campione d’incassi Bohemian Rhapsody dedicato ai Queen e al loro leader Freddie Mercury che per quanto abbia fatto esplodere, con diversi anni di ritardo, una vera e propria Queen-mania ha ricevuto non poche critiche per le semplificazioni e le omissioni della pellicola sulla storia della voce di We Are the Champions e della sua leggendaria band. In Get on Up il lavoro di Chadwick Boseman – protagonista di film come Marcia per la libertà (2017) e Black Panther (2018) – è lodevole, specie per quanto riguarda i momenti danzanti, nei quali l’attore se non ha reso sul grande schermo una perfetta imitazione dell’inimitabile ha comunque incarnato uno dei tratti essenziali di Mr. Dynamite, quella capacità di calarsi totalmente nel ritmo al punto da riuscire, anche solo con il movimento di una spalla, a diventare quasi egli stesso demiurgo del ritmo. Certo, non è James Brown, ma se è l’autenticità che cercate la strada dei biopic non fa per voi. Per quanto riguarda invece il cantato, soltanto alcune parti sono state affidate alla voce di Boseman che per il resto si è mosso in playback sulle registrazioni dal vivo di James Brown.

Da James Brown ai Rolling Stones: nell’esibizione al T.A.M.I. Show c’è un pezzo di storia della musica

Get on Up - La storia di James Brown - Cinematographe.it

Ad accompagnare l’attore nel biopic ci sono, tra gli altri, Nelsan Ellis per la parte dell’amico e compagno di band nei Famous Flames Bobby Byrd, il già Blues Brothers Dan Aykroyd per la parte del manager Ben Bart, Viola Davis per quella di Susie Brown e Octavia Spencer per quella della zia Honey. I loro ruoli, fatta eccezione per Bobby Byrd sono, per la verità, piuttosto secondari: la macchina da presa non molla il suo protagonista, che si tratti del James Brown bambino, del ladruncolo finito dietro le sbarre per aver rubato un vestito, dell’aspirante star del music biz impegnata a cantare per i militari americani in Vietnam, dello stizzoso ballerino infastidito dal T.A.M.I. Show per aver assegnato lo slot finale della serata ai Rolling Stones o del più acciaccato James Brown maturo. Spesso poi Brown/Boseman, al contempo oggetto e soggetto della narrazione, parla direttamente in camera consegnando allo spettatore il suo punto di vista sulla scena in corso. E visto che abbiamo citato i Rolling Stones è bene ricordare che la band britannica non dimenticherà mai la sua esibizione negli States dopo Mr. Dinamite di quell’ottobre del 1964 al Santa Monica Civic Auditorium: la band di Keith Richards e soci avrebbe ricordato la scelta di andare in scena dopo uno show epico come quello di James Brown come il più grande errore della sua carriera. Certo è che se è vero che il cantante ha fatto sfigurare gli Stones lo stesso non si può dire per la previsione del manager di James Brown, Ben Bart, che facendo riferimento al gruppo inglese nel film tranquillizza il suo artista in questi termini: “Che t’importa, sono ragazzini, tra un anno nessuno si ricorderà di loro”.

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