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Gli ultimi anni di Paul Gauguin furono a dir poco drammatici e controversi.
Pittore di grande fama e celebrità, egli era però anche povero, tormentato e sempre più depresso da un senso di fallimento, di prigionia che lo attanagliava e che fu alla base di quel viaggio che Edouard Deluc ripropone in Gauguin – Vigaggio a Tahiti.
Vincent Cassel dona la sua spigolosa ed espressiva figura al grande artista francese, che in preda allo sconforto e alla disperazione, decide di prendere quanto può dalla sua ultima mostra (un fiasco clamoroso) e di partire per la Polinesia.
“Si caccia, si raccoglie, si dipinge!” è il motto con cui cerca di dare un senso alla sua volontà di fuga, che comporterà anche l’allontanamento (definitivo in ultima analisi) dalla famiglia, dalla prole, che non può seguirlo in questa sua ultima avventura.
Un viaggio che segnerà un risveglio sia artistico che personale, ma anche il riproporsi di cicliche difficoltà materiali ed esistenziali, in cercare il riscatto da un’esistenza in cui la morte lo tallona famelica.

Gauguin – Viaggio a Tahiti è un film sul concetto di fuga

Il film di Deluc sposa una narrazione abbastanza naturalista e fedele degli eventi, è sicuramente connesso ai suoi diari intitolati Noa Noa, ma evita un tono eccessivamente aulico o di donarci una visione edulcorata del grande artista francese.
L’arte è l’ancora di salvezza di un naufrago della vita, di un “selvaggio coerente” come viene descritto dai suoi colleghi, di un uomo che rifugge gli ideali di vita borghesi e “perbene” di una civiltà, di una folla, che egli vede come nemica, antitetica alla sua volontà di libertà.
Una libertà che Gauguin – Viaggio a Tahiti ci rappresenta come solo apparentemente connessa alla natura, agli uomini ad essa più vicini, slegati da una civiltà che riduce tutto al vile denaro, al monetizzare sogni e aspirazioni.
In diversi momenti, più che un film sull’arte, è un film sulla ricerca dell’arte, sull’averla ritrovata ed assieme ad essa anche la propria anima, il senso di un’esistenza che si era precedentemente dibattuta senza successo in cerca della luce.
Tuttavia non si scade nel facile elogio del “buon selvaggio” o nello sposare un iter narrativo che neghi ipocrisia, conflittualità, così come i lati oscuri di un’artista tormentato e allo stesso tempo animato da una necessità di agire portentosa.

Gauguin 2

Un film imperfetto ma coerente ed espressivo

Gauguin – Viaggio a Tahiti ha nella bellissima fotografia di Pierre Cottereau uno strumento enormemente potente, in grado sovente di coprire le deficienze di una regia di Deluc, che non sempre pare avere le idee chiare, il giusto ritmo, l’audacia necessaria per un racconto che è innanzitutto un viaggio dell’anima.
La natura, i suoi colori, il fascino (anche oscuro e macabro) che essa esercita su Gauguin, è protagonista assoluta.
La giungla, il mare, le cascate, il verde, sono contrapposti ad una civiltà cromaticamente oscura, sovente notturna, soffocante come le stanze o i bar in cui essa è racchiusa, come i colletti e le gonne del tempo.
Emerge in modo prepotentemente la dimensione della curiosità, del rimettersi in gioco, la necessità di una rinascita ottimamente interpretata da un Vincent Cassel animato da una disperazione fisica assolutamente calzante, credibilissimo soprattutto nei momenti più dolorosi, perdenti di un uomo disperatamente solo..
Tuhei Adams fa della sua Tehura una creatura misteriosa e affascinante, ma anche la vittima di una dimensione egocentrica e possessiva, per quanto sovente il film scivoli nel romanticismo più che nel narrare un amore dipinto.

 

Più che un film sull’artista, un film su uno schiavo dell’arte 

A molti potrà piacere (ad altri meno) la scelta di concentrarsi più che sull’arte sulla vita, sul carattere e sulle debolezze dell’uomo, assediato dalla sifilide, sconfitto ancora ed ancora.
Tuttavia emerge comunque la centralità dell’arte, il suo essere motore esistenziale, quel primitivismo che rese Gauguin uno degli artisti più affascinanti ed innovativi del suo tempo.
Rimane, come nel bellissimo At Eternity’s Gates, la dimensione dannata, incompresa e materialmente perdete dell’artista, condannato ad un’instabilità che è il carburante della sua mente, della sua creatività.
Il film di Deluc non regge il confronto con la viscerale opera di Schnabel, però non si può negare che il suo sguardo sovente cinico, disincantato, sia perfetto per farci comprendere la malinconica realtà di un uomo, che aborriva ed insieme invidiava la vita che aveva lasciato, diviso tra due mondi, incapace di fare i conti con la realtà.
I due anni a Tahiti rappresentano in questo film, la metafora di un disagio esistenziale, di un’incapacità a coesistere con se stessi che rendono (e resero) in realtà molto più simili i due pittori di quanto essi stessi potessero concepire.

 

 

 

 

 

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