Fuocoammare: recensione del documentario di Gianfranco Rosi

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Lampedusa: un’isola così diversa da tante altre, il confine più simbolico d’Europa, terra di approdi, di speranza, linea di confine tra la vita e la morte. È proprio in quest’isola che Gianfranco Rosi, vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 2013 con Sacro Gra, decide di trasferirsi per più di un anno, toccando con mano cosa significa essere lampedusiani al giorno d’oggi. Da qui nasce il documentario Fuocoammare, unico lavoro italiano in concorso alla Berlinale.

Fuocoammare si presta ad una narrazione piuttosto lontana dal tipico racconto mediatico e politico, smantellando fin da subito l’idea di emergenza. Dov’è l’emergenza quando ogni giorno ci si trova di fronte a sbarchi e al bisogno di beni di prima necessità all’interno del centro di accoglienza?
Nonostante questo, Gianfranco Rosi non crea un documentario fatto di patetismi di facile presa emotiva, al contrario ci racconta un’isola in cui esistono i lampedusiani e una sorta di “mondo dentro il mondo” che molte volte non entra in contatto diretto con l’altra parte dell’isola.

Il regista ci racconta Lampedusa attraverso Samuele (Samuele Pucillo), un bambino di 12 anni che va a scuola, ama tirare con la fune e giocare tra la natura aspra dell’isola; soffre il mal di mare e ha un occhio pigro. Intorno a Samuele ruotano altri personaggi che nella loro semplicità ci mostrano uno spaccato di vita, del loro quotidiano e del loro modo di vedere le cose.

fuocoammare
Samuele Pucillo in una scena del documentario

Una chiave di lettura importante è rappresentata dall’incontro tra il regista e il direttore sanitario dell’Asl locale Pietro Bartolo al quale sono affidate le due scene più importanti ed emblematiche. Tutto si concentra nell’ecografia di una donna incinta di due gemelli e la delicatezza con cui il medico cerca di farle capire il sesso dei suoi figli, tra le incertezze linguistiche e le difficoltà di comunicazione. Ma più di tutte, colpiscono le parole di Bartolo “Ha sofferto molto questa cristiana”, parole così semplici eppure così dolorose.

Ed è ancora Bartolo il protagonista di una testimonianza che ci fa capire senza troppi giri di parole che cosa significa essere presente ad ogni singolo sbarco, stabilire chi può andare al centro di accoglienza e chi è deceduto: “Molti miei colleghi mi dicono che ormai, dopo tutti questi anni, sarò abituato. Ma la verità è che non ci si abitua mai”. Mentre scorrono delle immagini per noi inedite sul computer davanti a sé, Bartolo non le guarda perché dice di aver così ben presente ogni singolo volto da sognarselo tutte le notti.

Fuocoammare: la cifra umana di una tragedia in continuo stato di emergenza

È in queste parole che si percepisce la cifra umana della tragedia e dell’intero documentario, racchiuso nella semplicità di una partita di calcio nel centro di accoglienza, dove i profughi si dividono in squadre in base al paese d’origine dal quale sono scappati o nel canto gospel di uno dei migranti appena arrivato.
Fuocoammare e i suoi due piani di lettura dell’isola arrivano al cuore: da una parte l’occhio pigro di Samuele (o l’occhio pigro dell’Europa) e il suo sparare per gioco a bersagli inesistenti, dall’altra parte la tragedia in perpetua emergenza.

Il film, prodotto da Donatella Palermo e Gianfranco Rosi, è una produzione 21Uno Film, Stemal Entertainment con Istituto Luce – Cinecittà e con Rai Cinema ed è una coproduzione italo-francese Les Films D’Ici e Arte France Cinema. Uscirà nelle sale italiane il 18 febbraio distribuito da 01 Distribution e Istituto Luce – Cinecittà.

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