voto del pubblico N/A
voto finale 3.4/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
vota il film ora!

Flags of our Fathers, disponibile su Netflix, è diretto da un Clint Eastwood molto ispirato, in grado di bussare alla porta dei war-movie e fare il suo ingresso in una maniera trionfale. La storia narra di un gruppo di marines statunitensi e del loro eroico atto durante la battaglia di Iwo Jima del 1945: una bandiera issata sul monte Suribachi, come simbolo di vittoria di una nazione intera. John “Doc” Bradley (Ryan Philippe) , Rene Gagnon (Jesse Bradford) e Ira Hayes (Adam Beach) sono i protagonisti di un conflitto dalla crudezza e ferocia senza pari, che occuperà la loro mente per i prossimi anni della loro esistenza.

Flags Of Our Fathers: un obiettivo perso di vista, una battaglia senza vincitori

flags of our fathers recensione - cinematographe.it

La pellicola si presenta fin da subito ricolma di una componente drammatica pronta a soverchiare gli animi di individui sconfitti, che hanno condotto una battaglia senza uno scopo ben preciso. La memoria dei caduti diventa per i protagonisti una fonte di immenso dolore, da dove prelevare gli aspetti più crudi di una personalità ormai scomposta. Essere al mondo, dopo il conflitto nelle isole del Pacifico, equivale ad una condanna da scontare; i volti scavati degli interpreti primari ci suggeriscono un vuoto che non si riesce a colmare, se non con ricordi vividi che penetrano la loro pelle come proiettili vaganti.

L’obiettivo è stato perso di vista: dall’isola di Iwo Jima da conquistare – uno scudo avanzato da parte dell’Impero giapponese da abbattere senza pietà – a presentarsi ad eventi e raduni per commemorare gli eroi di una guerra perduta in partenza. La trama risulta abile nel confrontarsi con soldati che si sentono persi, quando il senso di appartenenza dovrebbe farli riscoprire in loro un motivo per cui continuare a combattere. Ottima la scelta fotografica, condotta da Tom Stern, di distribuire sfumature di blu sugli scenari rappresentati: una realtà ritoccata dal buio dell’ignoto, un immaginario che è stato contaminato dai dubbi di una moralità che non si riesce a valorizzare.

Gli eroi reinterpretati dall’occhio attento di Eastwood

flags of our fathers recensione - cinematographe.it

Non ci sono eroi nel film di Clint Eastwood, solo combattenti che hanno impiegato il massimo delle forze per raggiungere un risultato riprovevole. Battersi per un monte sul Pacifico e, successivamente, battersi per un monte di contanti; la storia che devono vendere i sopravvissuti, ritoccando i dettagli dell’evento, viene reinterpretata anche da Eastwood. Un gioco di alternanze fra un passato che dovrebbe essere sfumato e un presente che va fagocitando i frammenti di un conflitto spietato, crudele. Il montaggio ci ricorda chi e cosa hanno perduto di prezioso i protagonisti, proprio nei momenti in cui bisogna pubblicizzarsi davanti ad una nazione per diffondere messaggi di speranza.

Il messaggio di speranza non è vivo nei cuori dei soldati che vengono messi in primo piano e sulle facciate di giornali: la direzione degli attori in Flags of our Fathers interviene per sottolinearlo. Eastwood alla regia attraversa gli occhi dei membri rimasti di una fanteria spaesata, per proiettarsi nelle reali conseguenze di una guerra che li ha spenti. É necessario attuare questo linguaggio visivo ricercato, per non imbattersi in etichette in fazioni distinte: non ci sono buoni e cattivi, né dominanti e dominatori. Solo un interminabile numero di caduti in battaglia, che riaffiorano costantemente sullo schermo e in maniera incessante. Due i set imponenti che vengono rafforzati dagli effetti visivi ma depotenziati dall’occhio disincantato di Eastwood: il fianco est dell’isola di Iwo Jima e gli Stati Uniti. Due facce della stessa medaglia in sostanza, un contenitore di brutalità – guadagnandoci anche da queste- che non conosce limiti strutturali. Il risultato è un grandissimo titolo da recuperare, assieme allo splendido Lettere da Iwo Jima.