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Stupisce davvero che la durata effettiva di Finding Agnes, il nuovo dramma filippino disponibile su Netflix, sia di 105 minuti. Perché in realtà, il minutaggio percepito dallo spettatore durante la visione è almeno il doppio. E stupisce ancor di più che nonostante le premesse ultra drammatiche di un film che sin da subito vuole dirci che, ça va sans dire, la commozione è dietro l’angolo, in realtà non riesca minimamente a suscitare un qualsivoglia moto di empatia verso la storia narrata. Eppure in Finding Agnes la regista Marla Ancheta fa entrambe le cose. Ci annoia e non ci fa commuovere.

Seguendo il folto filone del viaggio del lutto alla Tutto su Mia Madre (ma al rovescio), il film si apre con l’allontanamento di un bambino dall’adorata madre Agnes (Sandy Andolong) che fra le lacrime, abbandona il tetto coniugale in gran segreto promettendo al figlio di rivederlo quando finalmente sarà riuscito a risolvere il cubo di Rubik. Venticinque anni dopo le facciate del cubo sono complete e quel bambino paffutello è Virgilio Rubero (Jelson Bey), un ricco imprenditore edile che conduce una vita avida e in solitaria, monitorando ogni mossa dei propri assistenti personali e siglando importanti accordi nei palazzi ultramoderni di Manila. Quando la madre si farà viva però, un lutto improvviso li dividerà per sempre, e Virgilio si recherà a Marrakech dove 25 anni prima la donna ha trovato asilo politico riuscendo a ricostruirsi una vita e adottando la piccola Cathy (Sue Ramirez), che ora dirige un Bed & Breakfast.

Finding Agnes usa toni da teleseryes per un pubblico da pomeriggio

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In Finding Agnes, il duplice abbandono materno (il trauma infantile prima e la morte improvvisa poi) avviano una storia sul lutto e la riconciliazione con sé stessi attraverso l’espediente narrativo del viaggio verso luoghi esotici. Premesse cioè, decisamente poco innovative in un cinema melodrammatico che fa degli intricati equilibri familiari la sua linfa vitale. Non sarebbe stato affatto un demerito dunque, quello di utilizzare il rodato canovaccio di storie così peculiari e farne un film che, battendo strade conosciute, riuscisse perlomeno a farci entrare in empatia con i soggetti protagonisti.

Tuttavia l’operazione della Ancheta è un racconto immobile congelato sui suoi stessi toni algidi e superficiali, costruiti da dialoghi didascalici, un montaggio che più che dilatato sembra sbandato nella sua flemmatica ipertrofia. In pieno stile asiatico, così lontano dalla nostra idea di manifestazione emotiva, Finding Agnes presenta commozioni trattenute e sentimenti mai profondamente indagati che non riescono quasi mai a turbare. In piena aderenza con i toni e le modalità da soap filippina, le cosiddette teleseryes, il film sembra parlare a chi le soap le vede eccome, o chi perlomeno ne apprezza i codici visivi e narrativi.

Sullo sfondo, almeno, visitiamo Marrakech

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Sorvolando sulla fotografia patinata che appiattisce e confeziona i soggetti in inquadrature leziose, o sugli errori nel sonoro percepibile anche da un orecchio meno attento, nel film si apprezza quantomeno la capacità di far emergere visivamente la bellezza di Marrakech e in particolare sul lussuoso Bed & Breakfast gestito da Cathy. Le riprese del mercato tradizionale berbero, i quartieri brulicanti di turisti e venditori, le sperdute vie fra le montagne calcaree dell’Alto Atlante inoltre, regalano l’aspetto più riuscito del film, nonostante il paesaggio non superi mai la mera facciata di contorno suggestivo o folcloristico.
Tra siparietti simil-comici, un blando accenno alla violenza di genere e il ritorno a casa da manuale in cui il protagonista finalmente si è reso conto che i soldi non danno poi la felicità (!), Finding Agnes è un prodotto davvero banale, diretto senza alcuna visione cinematografica e purtroppo che fatica davvero a farsi sentire, nonostante parli tre lingue.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione