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Nato da un’idea di Tiziano Ferro e prodotto da Banijay Italia, Ferro costituisce, per gli amanti del noto interprete e non solo, un prezioso spunto di riflessione e introspezione attraverso le parole e il vissuto di una delle voci più amate in Italia e nel mondo. Commovente inno di rinascita e coraggio, il riuscitissimo film-documentario scritto da Federico Giunta e Beppe Tufarulo, regista del film, conduce infatti lo spettatore in un viaggio all’insegna della consapevolezza, quella contezza di sé necessaria per, come sostiene il cantante, “abbracciare la crisi” e renderla trampolino di lancio per una nuova, autentica felicità.

Le immagini inedite di un giovanissimo Ferro alle prese con la sua prima performance dal vivo (a Latina nel 1996) accompagnano lo sguardo dello spettatore alla scoperta di un Tiziano sconosciuto ai più. Riconosciamo il timbro vocale, inconfondibile, la timidezza e la grande umiltà (che tutt’oggi lo caratterizza nonostante gli innumerevoli successi e riconoscimenti) ma intercettiamo, nitido, il dolore nel suo sguardo: un disagio profondo di cui il cantante è riuscito a liberarsi solo attraverso un lungo, faticoso lavoro personale.

Percorso di cura e conoscenza di sé del quale Tiziano Ferro ci rende partecipi in un racconto sincero e colmo di dignità mostrandoci, attraverso una narrazione cristallina e colloquiale, le ferite del bullismo e i disturbi dell’alimentazione, il coming-out, la dipendenza dall’alcol e il peso inesorabile delle parole.

“Bulimico, gay, depresso, alcolista… famoso”, ed è forse proprio questa fama, dalla quale Ferro ha tentato di divincolarsi per lungo tempo, la più spaventosa delle parole. Parole che sanno essere gentili, come nei testi delle canzoni del grande interprete, o trasformarsi in minacce aguzze se maneggiate con superficialità da chi nella vita non sa far altro che prendersi la briga di giudicare.

Ferro: lo specchio dentro il quale ciascuno di noi potrà riconoscersi

Ferro cinematographe.it
Credits: ©️Prime Video & Amazon Studios

Grandi protagoniste del docu-film insieme, appunto, alle parole (sapientemente scelte e utilizzate per tutta la durata del documentario) sono senza dubbio l’esperienza vissuta dal cantante presso i gruppi di recupero degli alcolisti anonimi, la carriera e la splendida storia d’amore col marito Victor Allen.

Impegnato tutt’oggi nel sostegno attivo di chi, come lui, ha sofferto tanto da rifugiarsi nella dipendenza, Tiziano Ferro si mette quindi a nudo svelando, senza riserve, paure e fragilità, e consegnandole allo spettatore in un atto di estrema fiducia.

Immagini inedite del matrimonio e dei festeggiamenti del quarantesimo compleanno trascorso in famiglia ci donano quindi un assaggio della sua vita “nomade”, alla ricerca della propria personale verità (e libertà), consentendoci di entrare in punta di piedi nella la relazione col marito Victor, capace di farlo sentire finalmente completo e accolto, dopo aver tanto lottato contro la negazione e il dolore di un coming-out giunto all’età di trent’anni. Libero finalmente di vivere un amore sincero, concreto, palpabile che porta il pubblico a empatizzare e pensare che sì, sarebbe fantastico poter suonare al campanello della coppia, nella confortevole casa di Los Angeles, per mangiare in loro compagnia una pizza tra amici.

Ferro: un docu-film sul potere creativo della fragilità

Ferro cinematographe.it
Credits: ©️Prime Video & Amazon Studios

Racconti del quotidiano, quelli offerti da questo film, che ci consegnano con generosità e grande sincerità una vita molto normale. Ed è proprio sulla “normalità” vissuta e a lungo cercata da Tiziano Ferro che il docu-film costruisce un solido impianto narrativo, capace di coinvolgere lo spettatore che si ritrova, quasi senza rendersene conto, a sfogliare le pagine (non più segrete) del diario di un amico che ha deciso di aprirci il proprio cuore offrendoci una preziosa testimonianza di vita.

Una vita e una carriera raccontate in piena libertà, senza filtri né sovrastrutture, mondate dallo sbrilluccichio accecante della notorietà. Il racconto scivola veloce in poco più di un’ora durante la quale il pubblico assapora un giusto mix di ricordi, silenzi e fotogrammi (accurata la fotografia di Johan Florez), intervallati da accenni musicali mai invadenti.

Dall’impiego come corista a soli diciassette anni, all’accademia di Sanremo, fino ad arrivare all’incontro con Mara Maionchi e Alberto Salerno, per i quali firma giovanissimo un primo contratto editoriale, giungiamo quindi a osservare da vicino la carriera di Tiziano Ferro fino alla recente ed emozionante esperienza sanremese. A sostenerlo nella narrazione, Fabrizio Giannini, suo manager e amico, che ci racconta la vittoria agli MTV Awards nel 2004 e lo scosceso percorso per far riappacificare il Tiziano uomo col Tiziano artista, desideroso di non mentire e mostrarsi al suo pubblico per quello che è e sente di essere.

A far da colonna sonora all’intero docu-film, la musica del noto cantante, alla quale si è saputo attingere sapientemente in “purezza” o attraverso assoli strumentali mai eccessivi o autocelebrativi. Ed è proprio il noto verso dell’autore, quel timido e afflitto “non me lo so spiegare” che tutti abbiamo cantato almeno una volta nella vita, a consegnarci un finale sospeso fatto di quesiti più che di soluzioni.

Sapremo mostrarci, un giorno, per quello che siamo? Incontreremo l’amore? Riusciremo a trasformare le nostre ferite in spiragli dai quali far entrare la luce? Domande alle quali Tiziano Ferro ha saputo dare una risposta attraverso questo toccante documentario che lo ha spinto riflettersi nel grande specchio degli eventi. Specchio che ci consente, a nostra volta, di osservare la nudità di ogni nostra piccola fragilità regalandoci la storia di una vita imperfetta e sincera, proprio come quella di ciascuno di noi.