Falchi: recensione del film con Michele Riondino e Fortunato Cerlino

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Nati a Catania nel 1974, I Falchi sonno un corpo di poliziotti preposti alla repressione dei crimini di strada, tanto da essersi guadagnato il soprannome di Squadra Antiscippo, e sono uno dei corpi più presenti tra le strade di quelle metropoli italiane dove la microcriminalità è una piaga vera e propria. Milano, Roma, Palermo, Napoli, Bari… in sella alle loro motociclette, sovente attirandosi critiche per i modi “non convenzionali”, I Falchi sono un aiuto indispensabile per agire in quei vicoli dove le volanti non possono essere utili. Ed è proprio di due di loro che parla il nuovo film di Toni D’Angelo, con Michele Riondino e Fortunato Cerlino come protagonisti.

Nato da una collaborazione tra Minerva Pictures, Figli del Bronx e Rai Cinema, il film di D’Angelo è incentrato sui due FalchiFrancesco (Riondino) e Peppe (Cerlino).

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Francesco è giovane, inseguito dagli incubi per un errore commesso in servizio, ma è stimato dai colleghi, superiori e sopratutto dal più maturo Peppe.

Quest’ultimo cerca di esercitare sul giovane collega la funzione del mentore, della guida, intanto però anche lui arrotonda lo stipendio allenando cani per combattimenti clandestini. Entrambi incapaci di vivere al di fuori dell’orario di servizio sono dei solitari, dei tormentati, dei poliziotti molto sui generis, pronti al compromesso come a piegare le regole quando sentono che è la cosa giusta da fare.

Al momento però devono fare i conti con un problema interno alla loro Squadra: il loro diretto superiore, il Dottor Marino (Pippo Delbono) è stato accusato da un pentito di accordi con la camorra. L’accusa avrà conseguenze tragiche sulla squadra e darà il la a una serie di eventi che porterà entrambi a superare il limite, a guardarsi dentro, a rivalutare la propria esistenza, in un vortice dagli esiti imprevedibili.

Alla fine questo Falchi pretende ad essere un film di genere, ma non lo è per niente, anzi ne è una mutazione, una storpiatura…

Se si mette da parte la gloriosa (gloriosa? Certo perché no) tradizione del poliziottesco, l’Italia non ha mai prodotto film di grande levatura inerenti la lotta al crimine vista dal basso. Tolti i titoli che negli anni ’60 e ’70 permettevano a Tomas Milian, Franco Nero e al compianto Maurizio Merli di fare la storia del nostro cinema, per il resto c’è ben poco e quel poco sovente è dimenticabile.

Per quello che riguarda le serie televisive si è passati da esempi di grande qualità e raffinatezza (Il Commissario Montalbano, Il Maresciallo Rocca sopratutto, ma anche La Squadra) ad altri che sarebbe meglio non aver mai visto come Carabinieri, Squadra Antimafia e Ultimo.

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Questo Falchi, date le premesse, prometteva di essere qualche cosa che potesse rivaleggiare se non con la lunga e gloriosa tradizione statunitense (inarrivabile) con quella transalpina o britannica.

Invece siamo costretti a doverci cospargere il capo di cenere di fronte a un film assolutamente insufficiente, supponente, vanaglorioso e a tratti involontariamente ridicolo. Ed è un peccato perché le premesse erano ottime non solo per il cast, dove appare anche Stefania Sandrelli e scopriamo la debuttante Xiaoya Ma, ma sopratutto per la sceneggiatura, frutto del lavoro non solo di D’Angelo, ma anche di Giorgio Caruso e Marcello Olivieri, due che a raccontare le storie delle gente comune, della strada, sono sempre stati bravi. Qui invece la storia è sfilacciata, prevedibile, tronfia e molto ma molto pesante.

Falchi: un film che pretende di essere poliziesco ma non lo è

Alla fine questo Falchi pretende ad essere un film di genere, ma non lo è per niente, anzi ne è una mutazione, una storpiatura, che scambia il tecnicismo per stile, il silenzio per espressività, trascinandoci in un universo buio, tetro, diroccato, pieno di sofferenza e morte, il che andrebbe anche bene se ci fosse un senso a ciò a cui assistiamo. Invece non c’è. Il film è in fin dei conti una’infinita serie di movimenti di macchina senza senso avvolti da una pioggia persistente (ma a Napoli davvero piove così tanto?), con dialoghi inconcludenti e una regia che non sa sovente che direzione prendere.

Bellissima la fotografia di Rocco Marra, da anni una certezza, ma anche questa è fagocitata da un film sterile, noioso, troppo lento dove non serve e invece sbrigativo e azzardato dove ci si aspetterebbe maggior sensibilità e intelligenza. Il finale poi ha più cose in comune con quell’orrore chiamato L’Onore e il Rispetto che con i film di Di Leo, Corbucci o i romanzi di Ellory, ed è la ciliegina sulla torta di un film senza capo né coda.

Per ultimo ci vogliamo concentrare sulla prova degli attori: a parte un Pippo Delbono così fuori parte da togliere il fiato e una Sandrelli che viene usata col contagocce, Xiaoya Ma, alla sua prima prova sul grande schermo, è molto convincente, mentre invece Michele Riondino e Fortunato Cerlino meritano un discorso a parte.

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Si tratta di due ottimi attori di cui si assiste lo spreco dell’enorme classe in un film che neanche Marlon Brando Humphrey Bogart avrebbero salvato.

La loro prova è di altissimo livello per tutto il film, entrambi riescono a fare dei loro due personaggi qualche cosa di unico, strano, sinistro, ma realistico e credibile e sono, assieme al simpaticissimo cane di cui sopra, l’unico motivo che può farci pensare di consigliarvi questo film. Alla resa dei conti grande è il rammarico per un film alla fine del quale vi chiederete se davvero il cinema italiano è così messo male da sprecare l’intensità e la bravura di due attori di questo calibro.

Il film Falchi è in uscita al cinema dal 2 marzo, distribuito da Koch Media.

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